John Fante

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John Fante

"Io sono come Cristoforo Colombo. Me ne sto lì sulla riva, e sogno. E, come il mio compatriota, mi riporteranno indietro in catene. Ma amo la vita".  
John Fante nasce nel 1909 a Denver, in Colorado, da una famiglia di immigrati italoamericani. Suo padre Nick Fante, muratore, di origini abruzzesi; sua madre Maria Capolungo, casalinga, nata a Chicago da genitori italiani. Trascorre la sua infanzia nelle condizioni comuni a tutti gli italoamericani delle classi sociali più povere, a Boulder dove frequenterà le scuole cattoliche e l’Università. Per gli americani è un WOP (WithOut Passport), uno che pur essendo nato negli Stati Uniti conserva l’imprinting delle origini; un marchiato a fuoco, insomma, nell’America di inizio secolo tutta presa da idee razziste e anti-italiane, che rifiuta di accettare tutti coloro che non sono WASP inventandosi un’altra categoria, un altro acronimo. "Per loro ero Wop, Dago, Greaser – diceva di sé. Mi hanno umiliato al punto di farmi diventare diverso e mi hanno spinto ad accostarmi ai libri, a rinchiudermi in me stesso". A 23 anni, roso dal tarlo della scrittura, ma anche dalla necessità di aiutare economicamente la madre da quando il padre andò via di casa con una donna molto più giovane di lui, decide di mollare l’Università. E anche di andarsene in California, a Los Angeles. Ma non una Los Angeles a caso: la zona portuale di Wilmington per la precisione, dove vive, anzi, meglio, sopravvive facendo i lavori più disparati, dal fattorino allo stivatore di navi, all’inscatolatore di cibi, all’impiegato in una stazione di servizio ed abitando in pensioni scalcinate e stanze economiche, al limite dell’indigenza. Questo sarà l’humus fondamentale sul quale cresceranno i suoi floridi ed estremamente autobiografici racconti in cui egli stesso si confonde con il suo alter ego Arturo Bandini, a cui fa dire: "Sono nato in un appartamento nel seminterrato di una fabbrica di maccheroni nella zona nord di Denver"  ed al quale affibbia, guarda caso, un padre muratore (“Il più grande muratore della California”). Lì iniziò a frequentare alcuni corsi di scrittura creativa a Long Beach e farà i lavori domestici a casa del suo professore in cambio di vitto e alloggio, fino a quando non terminarono i soldi. Il primo racconto pubblicatogli da Mencken, direttore di “The American Mercury”, gli vale ben 175 dollari, tutti spesi a saldare i debiti contratti in giro. Si trasferisce per due anni all’Alta Vista Hotel, una pensione fatiscente a Bunker Hill. La sua condizione economica inizia a migliorare quando si lega a Joyce Smart, una delle prime donne laureate alla Stanford University redattrice e poetessa proveniente dalla midde-class americana e da una famiglia che non vede di buon occhio l’unione tra i due, soprattutto se l’altro è uno scrittore "Bassetto, vivace, con le unghie mangiate e le mani tozze, abbigliato con delle vecchie scarpe da tennis e dei pantaloni troppo grandi, sformati", come lo ricorda l’amico Ross Wills. Anzi, come disse la madre della Smart, “con un giovane scrittore dall’aspetto così italiano”. Ma Fante è anche altro: selvaggio e distratto, passionale e spendaccione, generoso e crudele, lavorava come un mulo, sognava come un poeta e parlava inglese come un dago, come gli americani chiamano con disprezzo, gli italo-americani. Il 31 luglio 1937, i due innamorati decidono, perciò, di sposarsi in segreto a Reno, nel Nevada, e di trasferirsi a Los Angeles, dove avranno quattro figli. Al matrimonio si aggiunge anche il fatto che John inizia a lavorare per Hollywood e lo farà per più di quarant’anni, scrivendo sceneggiature di film di serie B, ma anche per registi come Dmytryk e Orson Welles. Numerose sono anche le sue collaborazioni con produttori italiani, tra cui Dino De Laurentiis. Il fatto di rivolgersi alla Mecca del cinema, che gli valse anche una nomination all’Oscar per l’adattamento cinematografico del suo romanzo Full of Life del 1952, forse unico successo di Fante in vita (il libro, appena pubblicato diventò subito un bestseller tradotto in tutto il mondo), dipese fortemente dalla necessità di fare soldi dal momento che si trattò di un impegno che egli stesso definì “Il lavoro più disgustoso nel Regno di Cristo”. La relativa stabilità economica spinge Fante a trasferire tutta la famiglia nella famosa villa a forma di ipsilon a Point Dume, Malibù. L’agiatezza economica, della quale approfitta a piene mani dedito com’è al golf, al poker ed all’alcool abbondante, non lo aiuta però dal punto di vista creativo. Alla fine degli anni Trenta si dedica ad un progetto che considera decisivo per la sua carriera di scrittore. Si tratta di un romanzo sugli emigrati filippini della California (The Little Brown Brothers), per il quale firma un nuovo contratto con Pascal Covici della Viking, che però, dopo avere letto alcune stesure del romanzo, rifiuta di pubblicarlo perché poco riuscito. Amareggiato, Fante rimane circa dieci anni senza più scrivere un solo rigo di narrativa e, con grande frustrazione, si concentra quasi esclusivamente sul suo lavoro di sceneggiatore ed alla collaborazione con i servizi di informazione americani. Gli eccessi non aiutarono neanche il suo stato di salute: ammalatosi di diabete, gli furono amputate entrambe le gambe e perse progressivamente la vista, fino a morire nel 1983. Il rilancio di Fante derivò da un altro autore discusso, maledetto, libertino, sbandato eppure geniale e fantastico come fu Charles Bukowski, che definì Fante “il mio Dio”. Questi decise di passare al suo editore, la Black Sparrow Press, l’opera per eccellenza di Fante, Chiedi alla polvere, ponendo la ripubblicazione del libro come condizione per la pubblicazione di un suo ulteriore lavoro. Il rilancio di Chiedi alla polvere rivitalizzò Fante che, pur nella sua cecità, ebbe modo di dettare a sua moglie un’altra preziosa raccolta, I sogni di Bunker Hill. Ricorda Bukowski: “Andavo a trovarlo in ospedale e a volte anche a casa quando lo rilasciavano per un pò. Era in un ospedale, stava morendo, cieco e con entrambe le gambe amputate; aveva il diabete. Ma andava avanti. Scrisse ancora un libro in quello stato, dettandolo a sua moglie. È stato uno scrittore fino alla fine. Mi raccontò addirittura di un’idea per il suo prossimo romanzo: la storia di una donna, campionessa di baseball. "Forza, John, scrivilo", gli ho detto. Ma subito dopo era finita...”.
 
 
I libri di John Fante