Vladimir Nabokov
"Lo stile e la struttura sono l'essenza di un libro; le grandi idee sono inutili".
Nato a San Pietroburgo il 23 aprile 1899, è stato romanziere, critico letterario, entomologo e appassionato di scacchi: la sua e la opera sono profondamente intessute con la storia del ‘900. Appartenente a una famiglia della nobiltà russa trasferitasi in Europa in seguito alla rivoluzione del 1917, ha potuto contare su un ambiente culturale molto stimolante e variegato: dalle tre lingue parlate in casa (russo, inglese e francese) che ben padroneggiava, alla frequentazione della prestigiosa Università di Cambridge presso cui si laureò in slavo e lingue romanze, all’esperienza parigina durante la quale iniziò a produrre i primi scritti in russo, che godevano di un notevole successo presso i suoi compatrioti emigrati.Gli scritti di questo periodo sono ispirati oltre che alla sua passione per gli scacchi alla cultura russa, e molto presenti sono l’immaginifico surreale grottesco, la critica feroce e ironica al totalitarismo, il gusto raffinato per il tema del doppio e l’approfondimento psicologico. Caratteristiche decisamente nelle corde di uno scrittore che non ha avuto un concetto ristretto di patria: trasferitosi nel 1940 negli Stati Uniti, ne diventa cittadino nel 1945.Sono gli anni in cui alla carriera letteraria si affianca quella scientifica, con relativa, puntigliosissima produzione scritta: il campo è quello dell’Entomologia, in particolare dei lepidotteri. Classificò farfalle dell’America latina, pubblicò molti articoli tecnici sulla tassonomia di questi animali, e per ben sei anni (dal ’42 al ’48) fu ricercatore associato di Lepidotterologia presso il Museo di Zoologia comparata dell'Università di Harvard. Una passione apparentemente strana per un letterato, ma indice di una metodologia unica che, come nella classificazione, lo portava a scandagliare con minuziosa attenzione i segreti della società in cui viveva e soprattutto delle lingue e della loro struttura. Un talento naturale che lo portò alla riscrittura dei suoi primissimi romanzi “europei”, ma soprattutto, aprì la strada a nuovi capolavori, scritti direttamente in inglese e ovviamente figli dell’esperienza quotidiana in una società complessa e contraddittoria come quella americana. Nascono così La vera vita di Sebastian Knight, I bastardi e soprattutto il suo capolavoro universalmente riconosciuto, Lolita. Pubblicato dopo mille difficoltà per il contenuto ritenuto scandaloso dalla società americana ma che proprio dal suo puritanesimo ipocrita prendeva le mosse, fu pubblicato nel 1955 e consacrato da una bellissima recensione di Graham Greene sul Sunday Times e dal film di Stanley Kubrick tratto dal libro, al quale lo stesso Nabokov contribuì come sceneggiatore. L’acme della sua prosa, il punto più alto di una scrittura poetica e che della sinsestesia e dello stile ha fatto un’arte a sé: un successo planetario e meritatissimo, che tuttavia ha messo un po’ troppo in ombra le opere successive, di grande stile e spessore culturale: le raccolte di racconti, i saggi letterari (impossibile non citare quello su Gogol' e le Lezioni di letteratura pubblicate postume), i romanzi ispirati al mondo dei college americani, le opere infine di una maturità che lo vedeva ormai scrittore affermato e celebratissimo. Ritornato in Europa, i dottori gli trovarono un’ombra dietro il cuore, diagnosi definita dallo scrittore “un bel titolo per un cattivo romanzo”. Morì qualche anno dopo, il 2 luglio 1977 a Montreaux, per un edema polmonare, lasciando un vuoto nella letteratura pari solo alla grandezza della sua eredità.

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