Milano non esiste
Se il lavoro serve per vivere e la vita non deve servire a lavorare, quando lasci il tuo paese e ti innamori di una donna con cui fai sei figli a Milano, lì al Nord dove ti sei trasferito proprio in cerca di lavoro e dove ti trovi malissimo, l’unica è portare pazienza fino alla pensione, con la speranza che non accada alcun imprevisto e che i risparmi accumulati fino ad allora siano sufficienti: vuoi solo tornare al paesello. Stai facendo costruire una grande casa sul mare dove passerai i pomeriggi in terrazza su una sdraio ad ascoltare le onde, e non importa se adesso pur di non indebitarti lavori anche il sabato, in nero, e fai una vita così grama che addirittura due rapinatori dopo averti aggredito si sentono più ricchi di te e ti prendono per i fondelli (“Ma sembravi un signore e sei peggio di noi!”). Di pazienza occorre averne tanta soprattutto in fabbrica, dove hai passato una vita ad abbozzare e ad abbassare la testa sia quando non scioperavi, attirandoti le antipatie dei colleghi, sia quando avresti voluto dare un pugno ai tuoi superiori, che ti hanno sempre disprezzato perché sei meridionale. “L’emigrato non esiste, quando va bene è un dentello della ruota di qualche officina, di qualche fabbrica, di qualche cantiere. Puzza, si porta appresso, dicono i capi, gli odori della sua terra che non si cancellano né col sapone né con la parlata milanesizzata né col voto dato alla Lega Nord. L’emigrato è una bestia che deve spostare pesi, portare blocchi, fare lavori pesanti e senza mai pensare. Se pensa non è più un emigrato, ma un cittadino, e diventa pericoloso, perché prende coscienza del suo ruolo e si rende conto che ha due braccia, due occhi e due gambe proprio come i capi e il padrone.” Quando poi sei messo in cassa integrazione, è allora che cominci a pensare alla morte…
Nel libro scritto da Dante Maffìa, poeta e scrittore calabrese come il suo protagonista e come lui da lì migrato, sono molti i richiami alla triste attualità di questi giorni: le morti degli operai in fabbrica (sono citate le vittime della Thyssen Group, oltre a un ventenne che muore nella fabbrica in cui lavora il protagonista), gli incontri-scontri tra diverse comunità etniche che si ritrovano nei bar di via Padova, la difficoltà a trovare lavoro da parte dei giovani e la naturale scomposizione dei nuclei familiari. Nel progetto di vita semplice del protagonista c’è un’armonia ideale fatta di “amore in famiglia” e c’è anche la Calabria, la regione di Gioacchino da Fiore i cui colori e sapori lui, padre che lavora una vita per un sogno solo suo e si scontra con le differenti ambizioni dei figli, rievoca spesso all’interno di un lungo monologo dal carattere di sfogo a tratti psicotico in cui si rivolge direttamente ai lettori cercando conforto e complicità, riportando le sue opinioni (“Ve l’ho già detto, io appartengo ad un’altra razza, quella che non gira lo sguardo davanti ai guai degli altri”), i molti sogni e l’odio rispetto a una città che non ha mai amato, tanto da spingerlo a negarla – almeno finché è costretto a viverci. E se in questo monologo qualcosa sembra artefatto (il padre ingenuamente dà per scontato che i figli vogliano seguirlo in Calabria abbandonando lavoro e fidanzati, e però pensa alla connessione internet di cui avranno bisogno, si potrebbe dire altrettanto ingenuamente dato che in Calabria ben poche zone sono “coperte” dall'ADSL e consentono una connessione veloce), la profonda sensibilità dell’autore crea un personaggio difficile da dimenticare, così come certe simpatiche trovate narrative tipo la moglie milanese che si chiama Letizia come il sindaco Moratti. Un buon libro, che si legge - come suol dirsi - tutto d’un fiato.

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