Le stagioni dell'eternità
In attesa che Dorina e Patrizio risolvano tutti i problemi legati alla loro separazione coniugale, la figlia Valentina lascia Torino e si trasferisce all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, nei pressi di Sullago. Qui, ospite degli zii materni Maria e Antonio, la giovane diciassettenne inizia a frequentare un gruppo di coetanei: ragazzi con l’orecchino e i jeans strappati e ragazze abituate a fumare e a uscire quasi tutte le sere. Ma la sua attenzione viene ben presto rapita, senza un apparente motivo, da un anziano signore di nome Leo, che si era ritirato a Sullago al termine della guerra, dopo aver a lungo soggiornato tra l’Italia del Nord e la Francia. La figura di quell’uomo, solitario e meditabondo, abituato a correre nei boschi in compagnia dei lupi, e per questa ragione tollerato ma non amato dalla popolazione locale, suscita in lei un misto di curiosità e di paura. Leo, invece, teme che la ragazza possa essere una spia degli Originali, una setta iniziatica da cui come ogni altro Pari si sente perennemente minacciato, in quanto potenziale rivelatore del pericolo che essa rappresenta per la specie umana. Intenti solo a godere di una condizione di vita privilegiata e a mantenere il potere dietro le quinte, gli Originali conducono la propria esistenza di nascosto tanto dagli uomini, che costituiscono le loro vittime designate, quanto da chi - al di sopra di tutti - conduce e vigila sull’esperimento messo in atto…
L’ambizione del romanzo di Ge Miggioli è dichiarata già dalle ipotesi suggestive indotte dal titolo e dalla mole corposa del volume. Tuttavia, confrontandosi con le quasi seicento pagine de Le stagioni dell’eternità, il lettore si sente quasi venire meno, al punto da desiderare una versione accorciata. Cerca invano punti di riferimento che gli facciano da guida lungo il tragitto fantasioso della trama, rendendogli meno estenuante il percorso accidentato tra fenomeni inconsueti, poteri misteriosi, figure inquietanti e meno sfuggente l’obiettivo perseguito dall’autore. L’autore ambienta il suo libro d’esordio tra gli scenari naturali del Parco Nazionale d’Abruzzo, ma sprofonda l’intera vicenda in un abisso sotterraneo pieno di cunicoli dove si confrontano soggetti oscuri e irreali. L’intreccio del libro non è complesso, ma ha un marcato impianto di tono corale, al punto che - per il numero dei protagonisti in scena -verrebbe fatto di richiedere non già un indice analitico, ma un semplice elenco delle persone. Tutta questa fatica e per certi aspetti imponente lavoro, per suggerire una traccia alla ricerca di emozioni e speranza? L’impressione è che lo scrittore pesarese giochi piuttosto con il suo lettore come il gatto con il topo. Se lo lavora a lungo, gli tende imboscate, lo rigira come vuole e poi lo abbandona illuso e stremato al termine di un itinerario immaginoso, con splendidi scorci tra le sfumature della vita e gli incanti della fantasia. In preda a visioni che la scrittura asciutta e rapida di Ge Miggioli modella in modo comunque apprezzabile, ruotando in se stessa fino a lasciare una traccia di incertezza, un’esile filo di speranza, un’utopia di mondo chiuso nella propria irripetibilità.

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