Taccuino di un vecchio sporcaccione
Negli anni '60 il mondo delle riviste di controcultura, letteratura e politica statunitensi (quel variopinto insieme di temi e approcci che va sotto il generico nome di 'underground') visse la sua Età dell'Oro. Dopo il Village Voice di New York e il Berkeley Barb (culla del movimento studentesco del 1968 made in Usa) fu la volta del Los Angeles Free Press, plasmato dall'editor John Bryan dopo una partenza in sordina con un'altra gestione fino a raggiungere la notevole tiratura di 50.000 copie. Bryan ad un certo punto mollò e fondò la sua rivista, Open City, da subito punto di riferimento per i nuovi scrittori, i poeti d'avanguardia, le voci più atipiche. A tenere una rubrica settimanale su Open City fu presto chiamato un semi-sconosciuto Charles Bukowski: nacque così Taccuino di un vecchio sporcaccione, uno spazio di aneddoti sboccati, storie strane, pensieri in libertà che ebbe un tale successo da giustificarne la raccolta in volume a furor di popolo. Le storielle sconce di Bukowski divertono, commuovono, emozionano, eccitano, fanno rabbia anche se non sempre con la stessa felice intensità. Restano aforismi fulminanti, personaggi indimenticabili (la signora che vaga per la città in mutande per gabbare il marito geloso che le mette sotto chiave i vestiti per non farla uscire è da applausi) una feroce vis comica, l'invidiabile maledizione di saper sorridere di fronte alle miserie della vita.
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