L'isola che canta

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L'isola che canta

Una raccolta di poesie del poeta/filosofo coreano Ko Un, pagine in grado di far scoprire al lettore italiano una cultura poco conosciuta, dal sapore intimo e magico. Un pout pourri di testi estrapolati da cinque grandi opere (Canti del domani – 1992, La strada non ancora percorsa – 1993, Una lapide - 1997, Sussurro – 1998, Canti Tardivi - 2002) che hanno valso in patria (e non solo, basti ricordare i due importanti premi ricevuti da fondazioni culturali di Svezia e Canada) grande fama allo scrittore. Infatti nel 2002 dopo la pubblicazione delle poesie contenute in Canti Tardivi giunge la candidatura al premio Nobel per la Letteratura. In queste pagine  la Natura è una scenografia statica ed immobile, un paesaggio in grado di pacificare anche gli animi più irascibili. Poesie dedicate ad animali misteriosi, come il cuculo che piange anche dopo la pioggia (così come l’uomo soffre anche quando ha superato qualsiasi conflitto interiore e avrebbe solo motivo di gioire), mentre il salmone forte e fiero supera gli ostacoli d’impervi corsi d’acqua, combatte la fame e vince la bruttezza della specie femminile per procreare, gioire ed infine morire. La formazione di questo universo credo sia dovuta al passato monastico di Ko Un, la sua saggezza zen si riversa in questi corposi fiumi di versi. L’autore ci spiega come affrontare una giornata triste, aprendo semplicemente una cartina geografica e sognando di essere in posti esotici e lontani, come Capetown o l’arcipelago delle isole Aleutine. Ammantati da un fascino arcaico e mistico, non ci rimane altro da fare  che carezzare le pagine ruvide, annusare il profumo della carta e dell’inchiostro, e pensare al sudore e ai tormenti che Ko Un ha riversato in questi suoi lavori...
Per poter affrontare  fino in fondo questi versi, dobbiamo immergerci completamente nella vita del poeta, scoprire il suo animo tormentato (ha tentato il suicidio diverse volte, ha abbandonato un’esistenza da monaco buddista mai allontanandosi però dalla filosofia zen che ne regge i pilastri culturali), che viene svelato in questa cruda poesia autobiografica, intitolata "L'animo di un poeta": Un poeta nasce negli spazi tra crimini/ furti,uccisioni,frodi, violenze,/ nelle zone più oscure di questo mondo./ Le parole d’un poeta s’insinuano tra le/ Espressioni più volgari e basse,/ nei quartieri più poveri della città,/ e per qualche tempo dominano la società. Il poeta quindi deve mescolarsi con gli orrori della vita quotidiana, non può separarsene, il poeta deve essere infangato, deve Vivere, solo in questo modo può scrivere qualcosa di veramente forte. La poesia deve lasciare ferite, cicatrici, deve dare forti emozioni al lettore, aprire tagli che non devono mai smettere di sanguinare.