Arcobaleni

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Arcobaleni

Asako è in treno, di ritorno da Kyoto. Davanti a lei un giovane uomo tiene una neonata di nove mesi in braccio, la solleva e l’avvicina al finestrino: “Chiiko, Chiiko, guarda l’arcobaleno! L’arcobaleno!”. Asako se lo chiede, e lo chiede anche al giovane papà, se una bimba così piccola  riesce a “vedere” l’arcobaleno. Ed entrambi si rispondono che probabilmente no, non lo ricorderà. Sarà il padre, un giorno, a raccontarle di quando in treno le mostrò uno splendido arcobaleno sul lago Biwa. Anche il padre di Asako, Mizuhara, un famoso architetto, è un uomo legato alle proprie figlie, avute tutte da donne diverse. Asako e sua sorella maggiore Momoko non potrebbero avere caratteri più dissonanti: tanto compassionevole, gentile e votata alla devozione paterna la prima, quanto dura, ambigua, eppure impulsivamente vera la seconda. Poi c’è una terza sconosciuta sorella che vive a Kyoto, da dove Asako sta tornando, dopo aver tentato inutilmente di conoscerla…
I paesaggi fioriti, i templi, il teatro kabuki, le gheishe, il tè, uno stile narrativo rarefatto e impalpabile come la polvere di riso e tutto quello che vi aspettereste da un romanzo giapponese lo troverete condensato qui, insieme agli incontri di matrice destinica, al topos del suicidio, alla velata condanna della condizione femminile  (a cui Momoko, con i suoi comportamenti sadici, comunque autodistruttivi, non vuole rassegnarsi), e alla presenza di figure maschili inette. Niente di dichiarato, quindi, per Kawabata, premio Nobel per la Letteratura nel 1968 e fondatore della Shinkankakuha (Scuola delle nuove sensazioni), movimento d’avanguardia che proponeva una nuova modalità di percezione della realtà sensibile. Tutto in Kawabata è suggerito, sussurrato, lasciato intendere. La descrizione di una camelia nera o di un ciliegio di inverno, di un arcobaleno o della neve sono una perfetta cassa di risonanza degli stati d’animo dei personaggi. Senza bisogno di spiegare, approfondire, rendere esplicito altro. Pura contemplazione, pura estetica giapponese. Quasi - a volte - a rasentare la maniera.