Acciaio

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due
Acciaio
C’è una specie di Moloch primordiale a sovrastare una Piombino livida e triste. È l’acciaieria Lucchini, che sembra fagocitare tutto: sogni, speranze, lasciando intorno a sé miseria e squallore. Ma i fiori esotici possono crescere anche nel fango. È questo che sono Anna e Francesca. Felici e piene di speranze. Perché hanno “tredici-anni-quasi-quattordici”. Perché sono bellissime e vivono l’una per l’altra e la loro amicizia sembra essere il motore di tutto. Felici. Nonostante le famiglie disastrate: padri violenti o inaffidabili, fratelli bulli che si drogano e rubano, madri sottomesse o troppo deboli. Nonostante le invidie di chi, come Lisa, ha un corpo sgraziato e coperto dai brufoli e critica il loro comportamento solo perché non se lo può permettere. Nonostante i maniaci che le spiano quando provano, seminude e allacciate davanti alla finestra, i balletti che hanno visto in tv dalle veline o da Britney Spears. Sentono che questa sarà la loro estate, non sanno in che modo raggiungeranno la vetta della felicità, né hanno un’idea precisa di cosa fare di quei corpi nuovi di zecca che un bel giorno si sono ritrovate nello specchio, ma avvertono che qualcosa sta cambiando. Purtroppo, non come vorrebbero loro. Un ragazzo più grande per Anna e la scoperta, per Francesca, della vera natura della sua gelosia nei confronti dell’amica, porteranno le due a separarsi, almeno per un pò e a fare scelte non sempre giuste…
Non ci sono lucchetti da attaccare sui ponti né niente che sia glamour o patinato in questo romanzo. Tutto quello che ruota intorno alle due protagoniste è sporco, lacero e molto poco edificante, nonostante gli spettri “mocciani” e qualche baluginare di lustrino televisivo facciano comunque capolino tra le pagine e le abitudini adolescenziali di Anna e Francesca. Ed è molto brava Silvia Avallone, tanto ad amalgamare questi riferimenti nella storia, contestualizzandola temporalmente, che a descrivere l’adolescenza, finalmente in una maniera diversa, sentita  e non studiata per poterne trarre un film accalappia-giovani. Ogni pagina rende perfettamente quelle sensazioni che tutti gli adolescenti prima o poi provano: l’inquietudine mista a eccitazione per una scritta su una panchina o su una pagina di diario, il tempo che sembra non bastare mai per l’ansia di correre incontro a una vita che sembra aspettarti dietro l’angolo a braccia aperte e lo strazio infinito delle prime delusioni. Chi quattordici anni non li ha più sente il sangue pulsare più velocemente nelle vene e vede riaffiorare i suoi ricordi personali; chi invece questo periodo della vita lo sta attraversando, può riconoscersi molto facilmente nelle pagine della Avallone, probabilmente senza smettere di sentirsi solo davanti ai suoi problemi o senza trarne chissà quale morale. Perché l’intenzione, qui, è chiara: parlare, raccontare realtà fin troppo note come quella di cosa voglia dire crescere nei sobborghi industriali, senza voler insegnare niente a nessuno. Se una pecca si vuole trovare all’autrice è quella di aver poco approfondito alcuni temi che pure ha abbozzato prendendo come spunto il contesto dell’acciaieria; questo nonostante molte parti del romanzo si svolgano all’interno della Lucchini, peraltro perfettamente descritta nel suo orrore meccanico, e nonostante appunto la presenza della fabbrica incomba sui protagonisti costantemente. Ma è un neo trascurabile: Silvia Avallone è giovane, la stoffa c’è e sicuramente vale  la pena di gustarsi questa sua opera prima pensandola come un antipasto prima della portata principale.