Palace of the end

Palace of the end
La si può descrivere da punti di vista diversi, la guerra, a tratti lontanissimi, a tratti assurdamente vicini. Tutti hanno in comune la stessa, identica, tetra voce: quella del dolore. Un timbro inconfondibile marchia le parole di Lynndie England, soldatessa americana alle prese con uno scandalo più grande della creatura che ha in corpo: capelli corti e pantaloni mimetici, è lei a dominare piramidi umani nel carcere di Abu Ghraib, a far inorridere con la sfrontatezza di gesti troppi sconci per i suoi vent'anni, e a raccontare poi che cosa si prova ad essere per una volta tanto al centro dell'attenzione. David Kelly, biologo inglese, racconta a noi, dopo averlo fatto ai microfoni della BBC, con misura di gesti e parole la sconfitta più grande: di un uomo chiamato a decidere del futuro per un intero paese, l'Iraq, sulla base di prove incerte e polverose, le armi di distruzione di massa che Saddam Hussein avrebbe avuto pronte da usare in caso di attacco. La sua morte, voluta da altri o cercata personalmente, ha il carattere asettico di un esperimento, e nessuna sbavatura, quasi il sangue fosse un accessorio non indispensabile per una coscienza martoriata. Nehrjas Al Saffarh, invece, è solo "la moglie di": di un membro del Partito Comunista, oppositore al regime di Saddam, e attivista anch'ella nella fanghiglia scura della dittatura. Le sue parole, a testimoniare di torture e violenze subite sotto gli occhi dei figli, nel "Palazzo della fine" durante gli anni'70, sono pudiche e dignitose, come solo quelle di un fantasma morto durante la Prima Guerra del Golfo possono essere: per far sapere, senza curiosità morbosa, fin dove può arrivare la crudeltà di uomini asserragliati nella fortezza di un ideale...
Judith Thompson, docente di Teatro e Arte Drammatica in Ontario, è considerata una delle più importanti drammaturghe canadesi: praticamente sconosciuta in Italia, Palace of The End è la sua prima opera tradotta e pubblicata dalla neonata casa editice abruzzese Neo, un dramma in tre atti, tanti quanti le voci narranti da un Iraq martoriato, Lynndie, David, Nehrjas. Non c'è nulla di inventato nelle loro storie, perché la Thomposon ha ritagliato dalla feroce rassegna stampa sul conflitto nel regno di Saddam Hussein figure emblematiche, diverse per vita ed esperienze, e dalle loro biografie ha tratto un lavoro onesto, essenziale, asciutto. È la cronaca qui a farsi letteratura, ed è la letteratura che tenta di decifrare la natura complessa di scelte, decisioni, atti: l'autrice diviene puro strumento scomparendo dietro parole secche, racconti a tratti incrinati ma mai deboli, forti del dolore attraversato come un fiume purificatore. Palace of The End, con scrittura fulminea pronta a colpire il bersaglio, rifugge da una morale certa per riportare fino alla quiete delle nostre stanze l'orrore della guerra, raccontata da chi la combatte, da chi contribuisce a deciderla, da chi la subisce: un orrore che si muove nel terreno incerto della realtà dove non esistono più sicurezze, buono o cattivo, bianco o nero, dove il giudizio può forse essere sospeso per un attimo di comprensione, anche delle ragioni più oscure. Palace of The End è il crudo, poetico specchio dei nostri tempi (nostri anche quando filtrati da uno schermo o dalle pagine di un quotidiano): tutti noi diventiamo Lynndie, David, Nehrjas, invitati ad immedesimarci nei panni di esistenze travagliate, ad abbandonare alla deriva le certezze sul mondo e sugli altri. Ci sarà tempo, poi, per tornare a cullarci nelle granitiche sicurezze di sempre.

 

 

 

 
 
 
 
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