Una stanza piena di gente
La vicenda di Billy Milligan è tanto sconvolgente da sembrare una finzione letteraria. Invece quell’uomo è e resta uno dei casi più discussi della storia giudiziaria americana e non soltanto perché è stato il primo su cui il tribunale abbia emesso una sentenza di non colpevolezza per infermità mentale. L’autore ha ricostruito le vicissitudini umane e criminali di Billy Milligan attraverso la sua testimonianza diretta: incontri serrati, difficoltosi e contrastati, sfoghi che a poco a poco hanno svelato le 24 identità, le una nessuna e centomila personalità che devastano l’essere uomo di Billy e che in maniera sempre più destabilizzante ne mininano l’equilibrio. La trasformazione, l’uomo e i suoi doppi, il buio della mente: temi importanti hanno condotto Keyes ad addentrarsi nelle camere oscure, negli abissi più segreti della psiche. Nonostante la complessa tematica, l’autore affronta con sensibilità le perdite di coscienza di Billy e il ritorno in sé che cancella dalla mente ogni misfatto perché di quel contenitore umano già si è impossessata un’altra identità, la serie di sensazioni contrastanti, i malesseri, i vagheggiamenti, i vuoti di memoria che precedono ogni esternazione, il tentativo di condurre una vita del tutto simile a quella di qualsiasi altro individuo fino a quando qualcosa capiterà di nuovo, qualcuno in un qualsiasi momento, si impossesserà del sé. E per Billy quel dissociarsi ha una ragione d’essere, diventa risposta, meccanismo di difesa, barriera tra quello che desidera conservare e ciò che è meglio escludere dalla coscienza: traumi, ricordi, esperienze del passato. Perché citando le parole dello stesso protagonista: “Solo chiudendo la porta sul mondo reale, noi potremo vivere in pace nel nostro”.
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