I miserabili
Con Victor Hugo – nato a Besançon nel 1802 e morto a Parigi nel 1885 - per la prima volta compare sulla ribalta delle grandi opere letterarie una categoria sociale fino a quel momento ignorata e disdegnata: quella dei miserabili. Una povera umanità, più sventurata che colpevole, costituita da avanzi di galera, straccioni e canaglie dei bassifondi e delle fogne di Parigi. Un sottoproletariato urbano di reietti che vivono ai margini del consorzio civile, da cui vengono risospinti impietosamente nella loro condizione di miseria e abiezione ogni qualvolta tentano di redimersi. Il romanzo, che vide la luce nel 1862, rispecchia le condizioni della Francia alla metà del secolo XIX, un paese in pieno sviluppo economico e tuttavia scosso da profonde ingiustizie sociali, in cui la rivoluzione industriale aveva consegnato le classi popolari allo sfruttamento e all’arbitrio incondizionato del ceto borghese. Influenzato dalle ideologie umanitarie e democratiche dell’Ottocento che si andavano diffondendo in tutta Europa, l’illustre scrittore francese ci consegna un romanzo concepito come una grandiosa epopea popolare, ricco di descrizioni, di molteplici e contrastanti aspetti della Parigi Ottocentesca e di suggestioni di stampo romantico. Ma anche un libro che contiene pagine di incomparabile bellezza, in cui Victor Hugo commuove il lettore per la sua straordinaria passione per l’uomo e per le sue sofferenze, per quell’ansia di cercare e di scovare in ogni essere umano, anche il più ignobile, le ragioni della pietà.
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