Poesie
Il volo agile e spedito di una farfalla tra i rossi fogliami dell’autunno e quello ebbro di una grossa cavolaia nei dorati bagliori della primavera; il profilo malinconico di alberi stecchiti e la nivea fioritura delle campanelle; l’estatica luminosità della volta stellare e la luna gentile nel buio cielo invernale; il grigio perlaceo delle nubi piumose e il quarzo del cielo dopo l’uragano e la pioggia; sinfonie dei fiori “su per prati e pendii” e diafane coltri di neve. Delicate parvenze naturalistiche e ferventi palpiti sentimentali che appaiono come i correlativi oggettivi dell’animo dell’artista: “Ombre caste della nostra/ felicità apparente.” E che altrove possono trasformarsi in immagini più tetre e misteriose: “Una figura curva andava/ lungo un muro alto/ nera nel grigio sottile./ Stritolami, anima, onda infida.” Per esempio ne Il mostro, dove lo specchio restituisce al poeta l’immagine terrea e disfatta di un angelo decaduto e torturato da una febbre infernale. Mentre in Agonia egli stigmatizza il senso di vuoto cosmico in cui siamo immersi: “Noi non vediamo quasi nulla del mondo,/un grave velario ci separa/da dolci misteri.” Ovunque pennellate di colore per suggerire, più e meglio che definire, scorci di ambiente o di paesaggio, ritratti di persone in chiave figurativa e lontani da ogni complicazione psicologica: “Su questo fondo neutro/ dipingo quadri ideali,/ i veri i più belli”...
Filippo De Pisis, lo pseudonimo con cui Filippo Tibertelli amava firmarsi in memoria di un suo celebre antenato, è stato uno tra i più noti pittori e scrittori della prima metà del Novecento. E benché la sua fama sia dovuta in maniera preponderante alla pittura, queste poesie che Garzanti ripropone - a oltre sessant’anni di distanza dalla prima raccolta, concepita dallo stesso autore ed editata da Vallecchi - non costituiscono tuttavia la summa di una musa minore. La ricca fioritura di evocazioni, di immagini e di sensazioni che si dispongono in queste pagine in forma di versi, sono le stesse che nel corso della sua lunga e prestigiosa produzione pittorica si sono depositate come soggetti nelle sue tele. Leggendolo si avverte come l’impressione che gli oggetti di volta in volta contemplati siano qui sfumati in riflessioni e vagheggiamenti con cui De Pisis ha cercato invano di rimuovere un’esistenza ingenerosa e sofferta. Atteggiamento a cui non fu certo estraneo il suo prolungato interesse per l’opera del Leopardi. Poesia, dunque, ricca di trasognate suggestioni oniriche, ma anche di un ardente sensualismo che accende il groviglio dei sogni e spegne la prospettiva della fede in una blanda contemplazione dello strazio del vivere. Componimenti insieme concreti e visionari, quotidiani e sublimi o sfumati, in cui il racconto corrisponde alla parte emersa e nello stesso tempo deve la sua forza a tutto quello che si è omesso, compresa la sua dissimulata omosessualità. In una lingua chiara e comprensibile che continua a trovare lettori non solo presso i cultori di poesia.

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