C'era una volta una famiglia
Autunno 1990, Tel Aviv, Israele. Dopo la morte di sua madre Helena, Lizzie torna nella casa dove è cresciuta per celebrare la shivà, la settimana di lutto della tradizione ebraica durante la quale i parenti del defunto si riuniscono per porgergli l’ultimo saluto. Ma Helena “morta due volte” non aveva una famiglia: sopravvissuta ai campi di concentramento della Germania nazista aveva tirato su da sola Lizzie, unico motivo che l’aveva aiutata a continuare a vivere. Hanna non ha mai raccontato alla figlia la verità sul suo passato, su come avesse perso i suoi cari: durante i sette giorni di lutto saranno in molti a bussare alla porta di Lizzie per rendere omaggio alla defunta e mettere insieme i ricordi, creare un legame tra le generazioni. Per prime arrivano Sonia e Genia, le vicine impiccione specialiste della shivà, poi Chaiele, figlia anche lei di una sopravvissuta al lager, che ha perso il fratello nella guerra dello Yom Kippur del 1973, e ancora un anziano misterioso con una scatola di foto: immagini di quel passato che Helena non aveva mai svelato a sua figlia. Insieme ai vecchi amici arrivano anche i ricordi di Lizzie: la sua infanzia senza radici, l’adolescenza trascorsa in mezzo al conflitto arabo-israeliano a vedere morire tanti ragazzi cresciuti nella sua stessa strada, la “seconda generazione” figlia dei profughi arrivati da tutta Europa in cerca di un futuro migliore...
Attraverso lo sguardo di Lizzie Doron scopriamo un Israele inedito, filtrato in un'ottica molto femminile: una grande famiglia martoriata dalla guerra, quasi condannata al dolore. Il dolore del “mondo di là”, custodito dai sopravvissuti allo sterminio, e quello del “mondo di qua”, dove la necessità di difendersi si fonde con una sorta di ineluttabilità del conflitto: i giovani ebrei si arruolano e combattono in guerre che ci appaiono tanto spietate e inutili quanto inevitabili, come una maledizione. Il mistero che Hanna porta con sé nella tomba non si svela con la sua morte e continua a tormentare la figlia. Nei sette giorni di shivà Lizzie tenta di ricostruire il puzzle del passato di sua madre, ma i tasselli non vanno a posto, quello che non è stato detto, il lutto che non è stato condiviso, non potrà essere sciolto né cicatrizzato: quella società dove Lizzie è cresciuta, fondata sulla speranza in un nuovo inizio, sembra non riuscire a staccarsi dalle ferite della Shoah, a dimenticare, ad andare avanti.

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