Uodishallo (Diario Africano)

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Uodishallo (Diario Africano)

Addis Abeba 2005: è da qui che parte il viaggio di Emidio Montini. Nonostante in Etiopia sia già stato due volte, nel 2001 e nel 2004, il richiamo di questa terra e del suo continente resta troppo forte, al punto che ora prevede con la moglie una permanenza diversa e più lunga, di ben quattro mesi, da marzo a giugno, per portare avanti quella che chiama “esperienza”, la conoscenza profonda dell’Africa. A Makanissa, nel convento delle Clarisse diretto da Sister Akberet, riabbraccia i vecchi amici ai quali ha portato dall’Italia soldi e oggetti di lavoro utili, come un’idropulitrice per la pulizia delle stalle. Nella missione Montini si occupa di tutto: pianta viti cabernet e barbera, ortaggi di ogni tipo, cura gli animali, esegue lavori di manutenzione. Ma il suo mal d’Africa non si ferma a questo luogo periferico di Addis Abeba. Intraprende prima un viaggio rocambolesco, su un treno fatiscente, lungo il Mar Rosso, poi in aereo si reca in Kenya. Di questo paese, più che dalle spiagge di Malindi, è colpito dalla solennità della savana, dai suoi silenzi, dai suoi colori, dai suoi animali, che gli trasmettono un intenso senso della vita. La seconda parte del soggiorno africano è ancora la capitale etiopica. Dopo la solitudine selvaggia, quasi spirituale, delle lande keniote, si ritorna all’immersione nell’elemento umano di Addis Abeba, tra gente che vive di stenti, che abita quando va bene in baracche che stanno in piedi per miracolo, altrimenti dormono per strada, tra persone malate con pochissime speranze di guarigione. È in quest’umanità affranta ma vitale che il viaggiatore Montini prova vecchie e nuove nostalgie, specie quando comincia ad avvicinarsi la partenza per l’Italia…
Uodishallo in amarico corrisponde al nostro “ti amo”. Questo “diario africano” non rientra nel genere del libro di viaggio classico, è piuttosto un atto d’amore verso l’Africa e la sua popolazione. È anche un percorso tutto interiore dell’autore, che a contatto con una dimensione completamente diversa dalla sua riesce a scavare dentro se stesso, a porsi delle domande e forse a darsi delle risposte. Emerge così un sostrato ontologico, che lo spinge ad una costante ricerca delle propria essenza, sia tra le strade brulicanti di una città, sia in una vallata solitaria. Montini usa uno stile poco descrittivo, più lirico, infarcito di frasi nominali, che conferma la sua formazione di poeta (ha infatti alle spalle diverse pubblicazioni poetiche). Registra tutto quello che fa, in modo sintetico e scarno, attraverso una pulizia della scrittura che tende all’essenzialità della parola. Questo non significa che l’Africa non sia raccontata, tutt’altro. È sufficiente vedere come sono colti con precisione i contrasti tra le diverse vitalità di centri urbani come Addis Abeba o Djibouti, veri formicolai umani, e della savana maestosa, nella quale il ciclo naturale della vita appare intatto e ti fa sentire particella del “tutto”. Oppure la tenerezza con cui è tratteggiata la storia di Selamawit, una ragazzina di tredici anni, che vuole andare in Italia per studiare e poter aiutare il suo popolo. Quello che sta più a cuore a Montini sono le persone, più misere materialmente di noi, ma più vive, l’entrare in comunicazione con loro è il mezzo per entrare in sintonia con l’universo. Il messaggio che lascia Uodishallo è che non esistono differenze di pelle, bianchi e neri, o di razza, esistono invece le medesime sofferenze per tutti gli uomini ad ogni latitudine. Se allora si vuole dare un senso alla vita bisogna avere il coraggio di affrontarle, di guardare in faccia alla realtà, di tendere la mano a chi ha meno di noi.