Il settimo inferno
Maria Ferragatta
voto

Hanno la faccia da bravi ragazzi, colti, educati. Due studenti di buona famiglia, con l’aria perbene e l’anima marcia, che sembrano usciti da un film di Haneke. Si chiamano Hawk e Pidge, e condividono un divertimento (o una missione purificatrice?) molto particolare: bruciare vive le coppie facoltose nelle loro ville. Sono abili, non si lasciano dietro nessuna traccia che li possa far identificare. Ogni volta che Lindsay Boxer e il suo collega Rich Conklin arrivano sulla scena del crimine, trovano solo i resti fumanti delle abitazioni, i corpi carbonizzati delle vittime, l’odore nauseabondo dei roghi umani. Però i due assassini non vogliono che le loro imprese passino inosservate e hanno cura di siglare i delitti scrivendo motti in latino su dei libri messi in evidenza perché finiscano nelle mani della polizia. Fra le pagine compresse non c’è l’ossigeno necessario alla combustione, difficilmente i volumi avranno il tempo di andare in fiamme e la loro firma resterà lì, nero su bianco, a sbeffeggiare i detective incapaci di prenderli. Intanto, un altro caso che scotta tiene Lindsay e le amiche del Club Omicidi sotto pressione. Dopo un lungo silenzio salta fuori qualcosa di concreto sulla scomparsa di Michael Campion, figlio dell’ex governatore, affetto da un problema cardiaco congenito. Una sera era uscito ed era sparito nel nulla. Niente richiesta di riscatto, niente cadavere, niente di niente. Adesso una segnalazione attendibile rivela che quella notte era entrato nella casa di una prostituta, nome d’arte Junie Moon (sì, proprio come Liza Minnelli in “Dimmi che mi ami, Junie Moon”). La ragazza, musetto ingenuo e disarmante, occhioni da cerbiatta, prima confessa che Michael le è morto tra le braccia e il suo boyfriend ha provveduto a farlo sparire, poi ritratta tutto. Si arriva a un processo tesissimo, in cui il sostituto procuratore Yuki Castellano – altra donna del Club – si gioca la credibilità e forse la carriera. E mentre i resti del povero Michael non vengono fuori, i due piromani continuano la loro incendiaria follia...
Con i libri della saga delle Donne del Club Omicidi prendi due thriller al prezzo di uno, perché di solito Lindsay Boxer è alle prese con due indagini parallele. Per il lettore è una soluzione conveniente da un punto di vista economico e anche sul fronte ritmo non c’è di che lamentarsi. James Patterson (qui affiancato da Maxine Paetro) lavora bene con gli incastri e il montaggio, passando da una vicenda all’altra con l’abilità di un giocoliere, anche se tende ad eccedere in depistaggio, con falsi indiziati che non c’entrano assolutamente, ma che occupano un intero capitolo. Certo che i puristi del genere alla fine restano un po’ delusi. Il settimo inferno (titolo di ispirazione dantesca, che cita il settimo cerchio infernale con i gironi dei violenti di vario grado) contiene materiale per due belle storie, che si potevano sviluppare indipendentemente l’una dall’altra, e che invece vengono incrociate in virtù di un espediente narrativo un po’ banale. Forse i due incendiari, con i loro pirotecnici funny games, avrebbero meritato un po’ più di approfondimento psicologico e un thriller tutto per loro. Ma allora Patterson non sarebbe stato più Patterson, il grande affastellatore di intrecci premiato dal pubblico con vendite da Guinness dei primati.