Ballata per la figlia del macellaio
Itsik Malpesh ha molte patrie: tante quante i nomi che gli hanno fatto voltare il capo, Isaac, o farlo diventare rosso dalla rabbia, Piscia di scimmia. Perché Itsik ha vissuto più di una vita e tutte, da una parte e dall'altra dell'Oceano, hanno avuto due soli grandi amori: le parole e Sasha, la figlia del macellaio. La prima vita è quella a Kishinev, in Moldavia, iniziata in piena sommossa anti-ebraica e protetta contro la cattiveria dal pugno di una bimba: sarà l'esistenza delle ore interminabili trascorse a spalare escrementi d'oca nella fabbrica di piumini dove il padre, buonanima, è direttore, e la stessa dove agli insegnamenti della scuola religiosa sorta in un ex mattatatoio si sostituiranno presto laiche pagine romanzesche, strappate e passate sottobanco dal primo indimenticato maestro, Chaim Glatt. La seconda, ad Odessa, sarà quella di un nuovo mestiere da imparare, il tipografo, per il "Papirosen" di Minkovski, oste-editore che alle reclute in partenza per la guerra serve un micidiale cocktail a base di inchiostro, e nei piani alti della casa ospita la vedova Bimko, la mamma dell'unico, poetico amore di Itsik. Infine la terza nel Nuovo Mondo, prima nella "grande mela", poi a Baltimora, a lavorare come sarto, in seguito tuttofare in un ghetto di lusso, ad inseguire il sogno di diventare il più grande poeta yiddish d'America. Al fianco avrà Sasha Bimko, divenuto fiore di carne dopo anni trascorsi ad essere solo un'evanescente Musa, la donna a lui destinata fin dalla nascita. O almeno così aveva sempre pensato Itsik, fino a quando la vita stessa non scriverà per lui un finale del tutto diverso...
Ballata per la figlia del macellaio, vincitore del National Jewish Book Award 2008, è solo all'apparenza un libro. È, in realtà, una giostra: saliti a bordo non si può far altro che andare, piacevolmente confusi. Peter Manseau, la cui biografia è già mito a sé (figlio com'è di una monaca e di un prete che hanno abbandonato i voti), dà libero corso ad una fantasia strabordante intrecciando, in una sola opera, due diversi racconti: quello di Itsik, ebreo errante che ai testi sacri preferisce Dostoevskij, piena fino all'inverosimile come una soffitta di luoghi, volti, vicende, e quella del giovane traduttore-bibliotecario cattolico che si è fatto carico di traghettare l'opera di Malpesh dalla sponda dell'incomprensibile yiddish (che è cosa diversa dall'ebraico) a quella di un più "ragionevole" inglese; le due strade, un'esistenza straordinaria vissuta tra Europa ed America, e la fatica di chi si è preso l'incarico di "tradurla" per farla diventare opera letteraria, si alternano quasi a voler essere l'una il complemento dell'altra. Ballata per la figlia del macellaio, intriso di amara ironia, è un racconto magico che fa dell'illusione e dell'amore per le parole il punto di partenza ma non quello di arrivo: la letteratura, la passione di Itsik per la poesia, diventano fede senza religione, destinata a far soffrire più che a consolare, ad infrangersi contro le scogliere di una realtà che non è mai quella immaginata e descritta. La Ballata mantiene il fascino dei racconti orali tramandati di padre in figlio, carica com'è delle più importanti questioni riguardanti l'umanità (amore, morte, destino), e ci insegna ad apprezzare i mille, piccoli refusi di una storia vissuta fino in fondo, che della perfezione narrativa non sa proprio cosa farsene.

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