Il passeggero
Se si potesse considerare “normale” una battuta di caccia, potremmo dire che quel 12 giugno 2006 Jacob Nellemenn ne è il protagonista. Dopo il risveglio nella chambre provençal del castello dell’amico Alex Nobel, l’odore della terra umidiccia del primo mattino e la gradevole giornata di sole fungono da cornice al suo passo disteso e rilassato. Ma in quel bosco non è solo, qualcuno lo osserva; un misterioso arciere scruta i suoi movimenti. Proprio nel momento in cui egli punta il fucile contro due pacifici caprioli, l’arciere ha preso la mira sul suo petto; parte lo sparo, la freccia scocca, i caprioli fuggono, Jacob viene trafitto. A coordinare le indagini c’è il commissario Robin Hansen, chiamato dal capo della Squadra omicidi di Copenaghen, Philipsen, a risolvere un caso che si preannuncia più intricato del previsto. L’inchiesta, infatti, non resta circoscritta alla sola tenuta del castello di Gyrstinge, nello SJælland Centrale, di proprietà del ricco e potente armatore Alex Nobel, ma si dilatata ben presto fino al Mare del Nord, nell’isola di Bjørnøya (Isola degli Orsi), appartenente all’arcipelago delle Svalbard, dove, parecchi anni prima, durante una ricognizione di regata, erano naufragati Jacob Nellemann, lo stesso Alex Nobel e Anne Bjerre, quest’ultima dispersa e mai ritrovata. E’ una fortuna, dunque, che ci sia Robin a indagare; semi-esperto di navigazione, tenace e intelligente, aiutato da cartografi, metereologi, maghi del computer, skipper competenti e radioamatori guru, terrà botta ai continui depistaggi di un enigmatico “uomo alto”, che cercherà in tutti modi di nascondere una storia che Robin farà riemergere dal mare…
Stupiscono le modalità d’interrogatorio di Robin Hansen; dà del “tu” a tutti e tutti gli danno del “tu”. Utilizza il “lei” soltanto una volta (la prima domanda al potente Alex Nobel): “Sapeva che il suo amico Jacob Nellemann era malato terminale?” – dirà – ma poi il colloquio proseguirà in modo decisamente informale. Potrebbe essere una libera interpretazione della traduttrice, ma tutto sommato non ci dispiace, perché rende gli stereotipati interrogatori bui e seriosi affabili chiacchierate, tanto da far emergere quasi spontaneamente le caratteristiche dei personaggi. Forse è anche questo uno dei punti di forza del romanzo d’esordio di Steffen Jacobsen, la familiarità con la quale il lettore si trova imbrigliato nelle indagini, quasi Robin fosse un tenente Colombo nordico in grado di mettere a proprio agio anche l’interlocutore più indisponente. Ma egli non possiede solo l’abilità dialettica, ha dalla sua anche esperienza, senso del dovere e forza fisica. E così agli interrogatori seguono scene d’azione degne dei più quotati film d’azione, dove non mancano i colpi: di scena, di fortuna, di pistola, di boxe. Una partita a scacchi a tre tra il bene, il mare e il male, ben narrata, ricca di dettagli ma mai ripetitiva o flemmatica. Il mare non tiene mai tutto per sé, prima o poi qualcosa lascia uscire: questo impariamo, e questo ci sia di monito.

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