La vocazione
Vocazione: singolare, femminile e naturale disposizione a un'attività. Quella che si è impossessata di Luigi, in trent'anni con qualche dramma e poche gioie (il padre morto prematuro, la madre presto riconquistata dalla propria bellezza in cerca d'affermazione), è radicata in uno studio matto e disperatissimo. Perchè Luigi, durante le notti bruciate nell'antro di frittura di un fast-food milanese che gli dà da mangiare e un tetto sopra la testa, ambisce ad altro: alla professione di storico. Una vocazione inseguita con la tenacia di chi, non avendo potuto studiare, strappa gli occhi al sonno per leggere, leggere e ancora leggere, fino ad immaginare l'ipotetico incontro tra Attila e papa Leone: ad essa, vorrebbe sacrificare il calore di una famiglia "acquisita" (Antonella, la cameriera del fast food, e suo figlio) per non rubarle quel tempo che per Giacomo, unico suo "vero" amico, vittima di una malattia degenerativa, scorre inesorabile e truce. Lo stesso che si porta via Ruggero Romano, l'unico "vero" storico con cui Luigi sia mai entrato in contatto, regalando spiragli di concretezza ad una professione solo immaginata; la sua morte, inaspettata scompigliatrice di piani, conduce Luigi ad abbandonare la vocazione, amante non corrisposta, per andare alla ricerca di un cambio radicale, una diversa strada da percorrere. Il primo passo sarà prendere il treno fino a Genova; una volta lì, niente di più semplice: rapire una bambina, chiedere il riscatto, tornare a casa avendo ottenuto, in poco tempo, quanto anni di amari studi non gli avrebbero mai regalato. La "nuova via", però, sarà più impervia del previsto: così tanto da condurlo, senza strepiti, fino a candide stanze dove avrà finalmente tempo in abbondanza, non sapendo più però come utilizzarlo...
Cesare De Marchi, da anni residente in Germania, è un nome non nuovo della letteratura italiana: con le sue opere ha già vinto numerosi premi, il Campiello su tutti nel 1998. Questo La vocazione schiude al lettore le porte di una storia ambigua, a tratti inquietante, di quelle che fanno agitare sulla sedia. Con precisione medica, sterile, quasi a riflettere l'ossessione storica del personaggio, De Marchi ci fa entrare in un universo asfittico: forse la mente stessa del protagonista, chiusa alla vita ed incapace di volere altro che non la propria vocazione, vissuta quale riscatto dal lavoro al fast food, attenzione costante, difesa dall'inerzia della vita, sostanza prima di giorni degni di essere vissuti. La vocazione è un grigio e tortuoso labirinto in cui le parole, sgranate e precise, ci guidano alla scoperta del pignolo mondo di Luigi: allagato di solitudine, anaffettivo, rigido con se stesso e gli altri, terrorizzato da tutto quanto possa tracimare oltre i limiti di un confine ben preciso e controllabile. Seguendo i "piccoli" indizi disseminati tra una pagina e l’altra (un'idea malsana, come conficcarsi un coltello nella mano, o l'autoimposizione di ingoiare noccioli di oliva) si arriva ad un climax finale fatto di inarrestabile follia, vera o presunta, di Luigi, di uno suo radicale separarsi dal mondo. Fredda e potente, La vocazione rimarrà dentro per giorni, con il fascino dolente delle storie di cui si sa già, in partenza, che finiranno in un vicolo cieco: e di cui, allo stesso modo, non possiamo fare a meno di appassionarci, simili come sono alla nostra, vissuta in una perenne ansia di senso e significato a cui aggrapparsi.

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