Daniel Stein, traduttore

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Daniel Stein, traduttore
Daniel Stein, giovane ragazzo ebreo, trova impiego presso la Gestapo come traduttore grazie al suo perfetto bilinguismo tedesco-polacco. Entrando in servizio alla polizia viene obbligato a prestare fedeltà al Führer, una dichiarazione per lui formale perché il suo cuore, la sua anima e la mente restano profondamente per il suo popolo. Quel lavoro, per Daniel, non è solo il mezzo per procurarsi da vivere, diviene l’occasione per dare speranza e libertà alla sua gente. Approfittando della sua posizione e attento a tutto ciò che gli passa per le mani, scopre in anteprima l’organizzazione dell’operazione Jod. Non ci pensa un attimo a mettere a repentaglio la sua vita: quella di 300 ebrei vale molto di più della sua e insieme a loro, per loro, programma la fuga dal ghetto. Il passaggio di quegli uomini dalla prigionia alla libertà costa a Daniel l’arresto, ma è solo la prima delle prove che lo attendono e che segnano un cambiamento importante e radicale nel percorso della sua vita: la conversione al cattolicesimo e la scelta di diventare frate carmelitano...
La storia di Daniel Stein è ispirata alle vicende di Oswald Rufestein, ebreo polacco militante in gruppi sionisti che sfugge all’olocausto. Il tema è forte e l’orrore si perpetua attraverso testimonianze che spaziano dal 1985, con il primo racconto di Ewa Manoukian raccolto a Boston, al 1995 con il funerale di frate Daniel Stein in Israele. Non ci si deve aspettare di leggere un romanzo storico, né un romanzo epistolare, né una storia dai contorni di spazio e tempo tradizionali. Le tante voci dei narratori, ricche di vibrante pathos amplificato dalle emozioni, dolori, sofferenze che hanno marchiato la pelle ed il cuore, conducono il lettore in una alternanza di presente e passato, senza una linearità narrativa ma che nulla toglie alla fluidità della storia. Un lavoro oneroso quello dell’autrice nella cernita di lettere, stralci di rassegna stampa, documenti segreti del KGP, telegrammi, voci registrate su nastro e riportate, appunti dalla viva mano di chi ha vissuto e conosciuto il ghetto, passi di lezioni di teologia, che rendono il romanzo più che originale nella sua struttura. È dunque un racconto nel racconto, quello che la Ulickaja propone, in cui Daniel Stein è la rosa dei venti, la bussola che raccoglie e orienta, attraverso la sua, le esistenze dei protagonisti di cui si fa carico, di cui avverte il peso della responsabilità nelle viscere. Mentre li accompagna fuori dal ghetto, Daniel combatte per i valori e gli ideali in cui crede: la libertà che non ha prezzo, la dignità ed il rispetto di ogni uomo nelle cui esistenze è sempre scritto un pezzo di storia, la difesa delle radici culturali e sociali. Ma accanto a questo, è lasciato ampio spazio anche a riflessioni sulla interiorità e spiritualità guidate simbolicamente dal percorso evolutivo del protagonista che al culmine della sua esistenza, forte delle esperienze personali e condivise e dimentico delle accuse degli ebrei che lo tacciano di tradimento e degli sguardi pregiudiziali dei cristiani che lo considerano straniero sulla terra di Israele, sceglie la conversione al cattolicesimo fondando addirittura una comunità ispirata alla primissima Chiesa, la “Chiesa di Giacomo”, dove la messa si celebra in ebraico e tenta l’avvicinamento di ebraismo e cristianesimo. Un romanzo che parla di amore, tolleranza, rettitudine morale secondo un messaggio cristiano in cui il raggiungimento della comunione con Dio ha le mille strade e i mille volti che incrociano il personale ed unico cammino di ciascuno.