Il Bastone dei Miracoli
Svuotare la mente, disattivare qualsiasi fonte di disturbo esterno, stare seduti, possibilmente comodi: questi i principali requisiti per leggere con successo questo breve ma intenso romanzo di Salvatore Niffoi. Sarebbe un peccato, infatti, lasciare che le parole scivolino via senza assaporarle, perché tutte hanno un senso e niente è messo a caso. Una scrittura estremamente gradevole, nonostante la crudezza degli eventi e i tanti dialoghi in dialetto, che tuttavia non disturbano, anzi, rendono ancora più credibile e veritiero il racconto di una Irìchines primitiva e selvaggia; una realtà barbaricina fatta di crani fracassati a roncolate, di lingue recapitate per corrispondenza, di uomini gettati in un pozzo con una pietra al collo. Un inferno dove tuttavia si fanno strada in modo prepotente (proprio perché rari) improvvisi bagliori di calore umano: l’abbraccio tenero tra una madre e una figlia, quello mortale di due amanti in overdose, il gusto di due sfoglie di pane carasau spolverate con lo zucchero. Ma a Irìchines l’odore del sangue rappreso sovrasta quello delle sughere bagnate della pioggia; una Dogville sarda, dove sono le donne le principali vittime della brutalità del sistema. Un incubo circoscritto da lecci, dove edifici all’apparenza pacifici, nascondono spaventosi sottoscala, anfratti dove recludere le figure femminili più irriguardose. Come nel film di Lars von Trier (e se fai finta di non aver letto un breve passo dove si fa riferimento al dopoguerra e a Mussolini), non riesci a capire in che epoca devi contestualizzare la narrazione; fino a quando non compaiono le automobili, chiaro segno che, gli abitanti di Irìchines, non sono poi così lontani da noi.
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