Le trappole dell'identità
“Abruzzesi forti e gentili”: quante volte, nel corso dell’ultimo anno, e specialmente nei giorni a ridosso dell’immane terremoto che ha raso al suolo una città e un pulviscolo di paesi tutt’intorno, quando dalla polvere delle macerie emergevano storie di coraggio e dignità, è risuonato questo monotono adagio? Il sisma del 6 aprile 2009 (or volge l’anno…) sembra aver ratificato con la forza dirompente di immagini strazianti, catturate dalle telecamere di mezzo mondo, questo lietmotiv ultracentenario e apparentemente inconfutabile, insediatosi stabilmente nel novero dei luoghi comuni almeno dal 1882, quando cioè Primo Levi pubblicò il suo Abruzzo forte e gentile. Impressioni d’occhio e di cuore, ratificando fin dal titolo i caratteri salienti di una zona geografica e dei suoi abitanti, e fornendo un facilissimo (e felicissimo) slogan-sempreverde-da-identità-regionale cantilenabile alla bisogna – magari anche per far impennare, con la forza della retorica, i dati d’ascolto durante una delle estenuanti dirette dal “cratere”. Proprio le smaccate infiorettature retoriche che condirono l’informazione in quei giorni di paura e composta disperazione funzionano da stimolante punto di partenza per uno studioso spregiatore dei cliché e deciso a ragionare su quali trappole si celino nelle identità ridotte a stereotipi...
I luoghi comuni hanno qualcosa di affascinante. Sono, in un certo senso, imprendibili come fate morgane, perché non possono esser bollati né come veri né come falsi una volta per tutte, essendo una miscela di verità e menzogna fuse insieme in percentuali non determinabili e non separabili. I luoghi comuni sono sfide, come rompicapi, ed evidentemente sfidato da uno di essi si è sentito Costantino Felice, docente di Storia economica all’Università di Chieti e Pescara, che ha dedicato le sue Trappole dell’identità al compito di individuare e smontare le proiezioni idealtipiche che sull’Abruzzo e i suoi abitanti si sono accumulate nel corso del tempo, fornendone un’immagine, se non falsa, almeno un po’ distorta, o comunque artefatta. Un’immagine stratificata, che poggia senz’altro sulla presunta influenza che i “quadri ambientali” eserciterebbero sul carattere degli individui (essendo l’Abruzzo per due terzi montagnoso, la sua “rocciosità” sarebbe tratto distintivo anche dei suoi abitanti), su certi episodi storici, oltreché sulla trasfigurazione (manipolazione?) letteraria di cui sono stati oggetto luoghi e persone nelle opere di quegli scrittori che se ne lasciarono ispirare e contemporaneamente vi proiettarono sopra una loro personalissima visione delle cose (sopratto d’Annunzio e Silone, autori quanto mai agli antipodi, ma anche Guinizzelli o Boccaccio). È su questi differenti livelli che Costantino Felice focalizza via via la sua attenzione, secondo un approccio interdisciplinare che prende abbrivio, però, dalla più stringente attualità. Il risultato – non foss’altro che per la levatura accademica dell’autore – non è certo inconsistente e pretestuoso come quello di tanti instant book “sismici” usciti nell’ultimo anno, ma certo rientra appieno in quell’ondata editoriale che da mesi, ormai, sta sfruttando l’interesse e la commozione suscitati dallo sconquassante terremoto del 6 aprile scorso, ingrossandosi senza posa di lavori collegati più o meno strettamente a quell’evento. Un saggio, Le trappole dell’identità, che ragiona sul “caso Abruzzo”, ma che potrebbe esser utile soprattutto come esempio metodologico da applicare ad altri contesti, ad altre mistificazioni – anche perché, se ristabilire la verità è cosa buona e giusta, tutto sommato il cliché dell’Abruzzo-forte-e-gentile non sembra poi così negativo o infangante da meritare una confutazione tanto articolata, che invece diventa più comprensibile se presa come un invito a scardinare i luoghi comuni che fanno velo al vero. Sacrosanta aspirazione, no?

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