I ricercatori non crescono sugli alberi
Francesco Sylos Labini, fisico, dopo aver trascorso otto anni tra Svizzera e Francia, dal 2005 lavora presso il Centro Enrico Fermi a Roma svolgendo le sue attività presso l’Istituto dei Sistemi Complessi del CNR. Si occupa di problemi di astrofisica, cosmologia e fisica teorica e ha pubblicato sulle maggiori riviste scientifiche italiane. Stefano Zapperi, fisico, ha ottenuto il Ph.D. presso la Boston University. Attualmente è ricercatore presso il CNR di Modena. Si occupa di fisica dei materiali disordinati e su questo tema ha pubblicato un centinaio di articoli sulle maggiori riviste scientifiche internazionali. Entrambi i ricercatori compiono un’accurata disamina dei problemi che affliggono l’Università italiana, entrambi hanno provato sulla loro pelle che significa essere un “cervello in fuga” e poi hanno avuto la possibilità di poter tornare a lavorare in Italia. Il loro saggio fa il punto sullo stato delle cose con un linguaggio semplice e accessibile anche ai non addetti ai lavori. Non compiono solo un atto di denuncia nei confronti di alcuni fenomeni quasi peculiari dell’Università italiana, si pensi ai “baroni” e all’assunzione dei “figli di”, già messi in evidenza in alcuni altri saggi: penso a Davide Carlucci e Antonio Castaldo con Un paese di baroni oppure Nino Luca con Parentopoli, oppure all’esperienza diretta denunciata da Nicola Gardini nel suo I baroni. Come e perché sono fuggito dall’Università italiana. I due ricercatori italiani provano a fornire degli spunti di riflessione comune, delle soluzioni, penso a quello del blind referee, affinché le valutazioni dei titoli siano il più oggettive possibili, oppure a quella di portare l’età pensionabile dei docenti universitari alla pari con quella degli altri paesi europei, favorire la “mobilità” dei ricercatori per rompere il fenomeno dei “feudi” universitari. Su una cosa non hanno alcun genere di dubbio: l’Università non può e non deve essere lasciata completamente in mano alle sovvenzioni dei privati e il finanziamento alla ricerca, se ben gestito, “non è un costo ma l’investimento più lungimirante che si possa fare per il futuro del paese e per quello delle nuove generazioni”.
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