Filosofia della paura

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Filosofia della paura

“L’unica passione della mia vita è stata la paura”, diceva Thomas Hobbes. Che poi uno lo ammetta è poco importante, il dato rimane: la paura è riuscita a colonizzare le nostre vite. L’11 settembre 2001 s’inserisce come evento terribile di un quadro già complesso, l’uomo sociale - oggi inserito nella categoria “sistema politico” - ha bisogno di protezione. Per ottenere questa protezione abbiamo accettato tacitamente di essere rinchiusi nel Panopticon, il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham, che grazie alla forma radiocentrica dell’edificio e ad opportuni accorgimenti architettonici e tecnologici rendeva in grado un unico guardiano d’osservare (optikon) tutti (pan) i prigionieri in ogni momento, i quali non devono essere in grado di stabilire se sono osservati o meno, portando alla percezione di un'invisibile onniscienza, che li avrebbe condotti ad osservare sempre e comunque la disciplina. Il problema in una situazione del genere non è tanto come viviamo ma perché abbiamo scelto di vivere così, da cosa dobbiamo essere protetti? Riformulando il pensiero di Wittgenstein, possiamo scrivere: il mondo di chi si sente al sicuro è un altro rispetto a quello di chi ha paura...
La sicurezza di cui godiamo oggi è sicuramente meglio di uno stato di paura; ma se l’ossessione del rischio e la troppa protezione fossero un pericolo maggiore di tutti i rischi messi insieme? Questa domanda - e la riflessione dalla quale scaturisce - guidano il filosofo norvegese Lars Svendsen in un saggio che indaga come la società della paura abbia contribuito alla perdita delle condizioni di possibilità dell’uomo, anzi per dirla con Heidegger “Nella paura si perdono dunque, di vista, le proprie possibilità”.  Percorrendo alcuni esempi noti come l’isteria che si scatena intorno ai vaccini per i neonati, il filosofo, getta le basi per una riflessione più profonda, che nel caso appena citato potrebbe essere sintetizzata come segue: la stessa tecnologia medica che ci guarisce ci rende più ansiosi. Il tema discusso nel testo (riassunto dal titolo, appunto Filosofia della paura) è sicuramente di grande importanza ma si ha l’impressione che Svendsen esageri un po’ pur partendo da premesse estremamente condivisibili da una qualsiasi prospettiva filosofico-politica. In queste pagine si ritrova di striscio lo stile di Noam Chomsky e dei suoi scritti politici ma quest’ultimo riesce sicuramente meglio del filosofo norvegese nella critica ai poteri forti e a quelli invisibili. A Svendsen, lo si deve dire, manca spesso la chiarezza espositiva, sostituita da un’infinità di citazioni che non sempre riescono a far cogliere al lettore la reale profondità della questione toccata ma lo accompagnano invece verso la più grande distrazione possibile per un filosofo che non sia un profeta: la poesia. In soldoni, Svedsen analizza una questione di rara importanza filosofica, ma lo fa attraverso un metodo poco chiaro e non analitico come quello che contraddistingue invece gli scritti di altri (come il già citato Chomsky) che risultano sicuramente di più facile e pertinente comprensione.