In un corpo senza carne

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due
In un corpo senza carne
Sara ha diciannove anni, una vita davanti, un futuro da immaginare e costruire. Ha appena terminato il liceo quando decide di andare a lavorare. Lì nel paese in cui abita si conoscono tutti e l’avvenente proprietario di una fabbrica di giocattoli è pronto ad accoglierla. Il primo stipendio, le prime soddisfazioni, sentirsi grandi a quell’età è un attimo. Poi all’improvviso accade qualcosa. Di irreparabile, di ingestibile, di impronunciabile. Sara subisce una violenza fisica dal suo datore di lavoro. Paura, orrore e poi vergogna, incredibile vergogna di raccontare quella solitudine disperata. Per lei da un giorno all’altro non c’è più tempo. Per sognare, pensare, diventare grande per davvero. Tutto si è fermato in quel momento, nell’incubo di un’umiliazione che raggela la carne, la rende insensibile neanche fosse carne morta. Lavare via quella sporcizia, evacuare quel peso che la opprime senza tregua, purificarsi da quel ricordo che non riesce a condividere con nessuno: Sara smette di nutrirsi. Di cibo e di vita. E lentamente si perde. La sua morte è subdola, feroce e soprattutto lenta come un’agonia: una morte che dura tre interminabili anni. Di depressione, di ospedale, di assenza, di niente. Fino a quando, come per miracolo, la vita ritorna. E allora Sara capisce che vuole esserci. Ancora...
In un corpo senza carne racconta il viaggio allucinante di una ragazza nel mondo degli abusi sessuali e dell’anoressia unita alla depressione. Un tema, anzi un doppio tema, che oggi ritroviamo abitualmente sulle pagine di cronaca, nei salottieri talk show e in moltissimi libri di denuncia, spesso autografati dalle stesse vittime. L’autrice di questo non ha superato definitivamente le sue paure. Certamente è uscita dal tunnel del male oscuro che affligge la nostra contemporaneità (soprattutto femminile), ha vinto l’impotenza del silenzio attraverso la salvezza della scrittura. Ma la catarsi non è completa. Il carnefice di Sara, a distanza di dieci anni dall’obbrobrio passeggia tranquillo e indisturbato, facendo finta di non conoscerla. E qui il rammarico del lettore, dell’uomo, del comune cittadino è forte e quasi rabbioso. Il testo si trasforma idealmente in un j’accuse, che rivendica non un colpevole da punire a tutti i costi, ma una risposta sociale e politica a questo perpetrato sopruso. In questo senso si può leggere la confessione di Sara, che rappresenta l’ennesima e gravissima testimonianza di quello che accade sotto la presbiopia delle nostre coscienze. Non so se questa storia sia una scorciatoia mediatica, la classica sortita-choc che serve all’editoria per fare tornare qualche conticino in più. Non escludo nulla, ma, non dubitando sull’onestà e sulla sincerità dell’autrice, vorrei spostarmi su un altro punto. E lì fermarmi e fermarvi perché qualcosa infine nella nostra civile, progredita e benpensante società si possa muovere: “secondo statistiche recenti, nel nostro Paese avvengono circa 13 stupri al giorno. 6 milioni 743 mila donne dai 16 anni ai 70 anni hanno subito violenze. La maggior parte delle violenze sulle donne viene commessa all’interno della famiglia, ma succede anche sul luogo di lavoro: ogni anno le donne che subiscono molestie sessuali sul lavoro sono oltre 800 mila. Molti di questi casi però non vengono denunciati”. Sull’anoressia, sulla depressione che devastano moltissime giovani donne, lascio invece questo altro, sconvolgente passo, tratto dal libro: “(...) L’anoressia, dissi a tutte loro, somiglia al gioco del domino. Mettiamo in fila i nostri giorni di digiuno esattamente come si dispongono uno dopo l’altro con pazienza certosina, i tasselli del domino. Puntigliose, inflessibili, e munite di una metodica rigorosa, disegnamo inconsapevoli il percorso della malattia. Un domino fatto di cento giorni e poi altri cento ancora, fino a un numero che si legge in anni, per lasciare infine alla scheletrica mano dell’anoressia l’arbitrio del colpetto fatale, quello che innesca il crollo a catena. E a quel punto, a noi non resta che assistere, impotenti e devastate, allo spettacolo tragico e mortale che si compie sul nostro corpo”.