In un corpo senza carne
In un corpo senza carne racconta il viaggio allucinante di una ragazza nel mondo degli abusi sessuali e dell’anoressia unita alla depressione. Un tema, anzi un doppio tema, che oggi ritroviamo abitualmente sulle pagine di cronaca, nei salottieri talk show e in moltissimi libri di denuncia, spesso autografati dalle stesse vittime. L’autrice di questo non ha superato definitivamente le sue paure. Certamente è uscita dal tunnel del male oscuro che affligge la nostra contemporaneità (soprattutto femminile), ha vinto l’impotenza del silenzio attraverso la salvezza della scrittura. Ma la catarsi non è completa. Il carnefice di Sara, a distanza di dieci anni dall’obbrobrio passeggia tranquillo e indisturbato, facendo finta di non conoscerla. E qui il rammarico del lettore, dell’uomo, del comune cittadino è forte e quasi rabbioso. Il testo si trasforma idealmente in un j’accuse, che rivendica non un colpevole da punire a tutti i costi, ma una risposta sociale e politica a questo perpetrato sopruso. In questo senso si può leggere la confessione di Sara, che rappresenta l’ennesima e gravissima testimonianza di quello che accade sotto la presbiopia delle nostre coscienze. Non so se questa storia sia una scorciatoia mediatica, la classica sortita-choc che serve all’editoria per fare tornare qualche conticino in più. Non escludo nulla, ma, non dubitando sull’onestà e sulla sincerità dell’autrice, vorrei spostarmi su un altro punto. E lì fermarmi e fermarvi perché qualcosa infine nella nostra civile, progredita e benpensante società si possa muovere: “secondo statistiche recenti, nel nostro Paese avvengono circa 13 stupri al giorno. 6 milioni 743 mila donne dai 16 anni ai 70 anni hanno subito violenze. La maggior parte delle violenze sulle donne viene commessa all’interno della famiglia, ma succede anche sul luogo di lavoro: ogni anno le donne che subiscono molestie sessuali sul lavoro sono oltre 800 mila. Molti di questi casi però non vengono denunciati”. Sull’anoressia, sulla depressione che devastano moltissime giovani donne, lascio invece questo altro, sconvolgente passo, tratto dal libro: “(...) L’anoressia, dissi a tutte loro, somiglia al gioco del domino. Mettiamo in fila i nostri giorni di digiuno esattamente come si dispongono uno dopo l’altro con pazienza certosina, i tasselli del domino. Puntigliose, inflessibili, e munite di una metodica rigorosa, disegnamo inconsapevoli il percorso della malattia. Un domino fatto di cento giorni e poi altri cento ancora, fino a un numero che si legge in anni, per lasciare infine alla scheletrica mano dell’anoressia l’arbitrio del colpetto fatale, quello che innesca il crollo a catena. E a quel punto, a noi non resta che assistere, impotenti e devastate, allo spettacolo tragico e mortale che si compie sul nostro corpo”.
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