Fumetti di evasione

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Fumetti di evasione
“Il mio nome è Pentothal”. Canta dell'utopia inneggiando alla vita e al godimento, lo fa con la lingua dell'inconscio, dionisiaca perlopiù. Si presenta con il suo “naso perfetto, ligneo, pittorico, fallico” per narrare la cronaca immaginifica delle vicissitudini di uno studente nella Bologna degli anni settanta. Sono gli anni del Movimento, che “è innanzitutto uno scontro frontale con il Partito Comunista Italiano, contro quello spocchioso senso di superiorità dato dalla consapevolezza della proprio missione storica”. Dunque, è lo scontro dell'utopia contro il realismo politico, della rabbia contro l'abbandono. Dei comunisti contro i comunisti. La narrazione, che “nasce da una scrittura istintiva in cui la matita segue il dettaglio allucinato del pensiero”, anch'essa ondeggia tra gli estremi di una poetica dicotomica: sogno/realtà, amore/odio, desiderio/fuga, azione/inazione. Lo stile è anch'esso dicotomico: l'improvvisazione contro la cura del maniacale del dettaglio. Z come Zanardi, Zanna. Fa la sua apparizione dopo poche pagine: “Un naso a becco, appostato fra due occhi azzurri e ferini e una mandibola parimenti allungata a prominente, in un gioco di spigoli e di triangoli che manifestano da subito il carattere aguzzo del personaggio e la sua diabolica ascendenza”. Zanardi nasce nei primi mesi del 1981, cattivo al punto giusto per  rappresentare la fine dell'illusione collettiva che gli anni settanta hanno rappresentato: il registro narrativo questa volta è tutto in mano alla matematica dell'astrazione, scelta perfetta per cantare di quegli anni - “dell'edonismo sfacciato e collettivo, ma gradevolissimo”,  “quando la moltitudine scioglie le fila e si disperde atomizzandosi”. Si chiama Pompeo, alter ego invecchiato di Penthotal, canta della malattia, del decadimento e dell'individualismo più puro, lo fa senza mediazione, stridendo sulla superficie patinata e sfavillante degli '80. Le 'visioni da fattanza di Penthotal' diventano paranoie da astinenza, il registro stilistico è dettato da un'algebra del bisogno, il naso - “vecchio, stanco e gocciolante” -  è il naso di un drogato. Pompeo seppure protagonista è un perdente e “segna il ritorno alla carne, al dolore, a una testimonianza sincera e senza mediazione”...
Tre personaggi in tre capitoli densi per raccontarci Andrea Pazienza, prevalentemente attraverso i suoi fumetti, ma anche per scandire importanti momenti, tra ombre e luci, della storia della nostra Repubblica. La ricostruzione priva di fronzoli ma ricca di dettagli dell'ossatura dell'opera di Paz ci offre una fotografia nitida della “sguarnita umanità di un artista incapace di crescere, fottuto bene dal proprio fanciullino”. Un artista in grado di comunicare la sua densa esperienza, storica e umana, attraverso un mix di dettagli e profonda trascuratezza: “quando disegno delle storielle dove non è importante che i personaggi differiscano fisicamente l'uno dall'altro se non per qualche particolare che li distingua, perché il senso della storia e quello che mi interessa raccontare è altro, allora disegno questi nasoni, questi nasi a pera che sono un modo per avvertire la gente che quella che sta per leggere è una storia soft, quando invece iniziano ad apparire dei nasi a becco allora è diverso”, ci avverte lo stesso Pazienza. Poco più di un decennio di attività artistica, dal '77 al '88, gli è sufficiente per farci comprendere l'annebbiata transizione dalla pioggia di piombo al trionfo di un gradevolissimo effimero, dallo sconfinato senso del collettivo al più bieco individualismo; a condire il tutto l'eroina. Andrea Pazienza è quel tipo di artista per cui l’esperienza è il miglior mezzo di indagine del mondo: l'autore Oscar Glioti lo ha capito e ce lo ha raccontato in questo bel libro parlandoci di Penthotal, Zanardi, Pompeo, ma anche di tutta una serie di comparse - da Francesco Stella al Pertini fino al cane Astarte - che hanno popolato le riviste di settore quel periodo - Cannibali de Il Male, Frigidaire e Alter Alter - regalandoci molti retroscena del rapporto tra Andrea e queste riviste. Una storia amara che si legge comodi e attenti, come guardando un film, dalla colonna sonora definitivamente punk, a tratti rock (se non altro per tutte le pallottole in giro per l'aria in quegli anni), che apre alla narrazione attraverso le 'chiacchiere' di sottofondo della storica esperienza di Radio Alice, in quei momenti, in quella Bologna. Come per un film non si può resistere ad una lettura continuativa, curiosa, vorace ma anche attenta e assaporante per non perdere la ricchezza della numerose note letterarie e storiche che accompagnano questa doverosa - e a tratti commovente - lettura.