Terra Nera
In Terra Nera si alternano le pagine del diario di Stepan a quelle del diario di Natalia: un canto e controcanto ben orchestrato che coinvolge da subito in questa vicenda di orfani strappati al grigiore dell’orfanotrofio da nobildonne munifiche, di fanciulle coraggiose e devote (ma per quanto?), di morti sospette, di rivalità e rancori, di doloroso esilio, di contrabbandieri e banditi, e di tutto l’affascinante armamentario emozional-avventuroso del buon vecchio feuilleton d’una volta (anche se si sente soffiare qua e là l’aria dei tempi nuovi, che di lì a trent’anni porterà alla bufera della Rivoluzione d’ottobre). Già la copertina del romanzo, che ritrae Stepan sullo sfondo di un paesaggio lunare nel genere di David Friedrich, preannunia la storia di un eroe romanticamente maledetto. Uno di quei bei tenebrosi perseguitati dalla sorte, sguardo fosco e capello ribelle, che non puoi fare a meno di prendere a cuore quando li vedi avanzare a pugni chiusi contro il mondo. Nel creare il suo perseguitato protagonista Michel Honaker, noto scrittore francese tradotto in 12 lingue (cinese compreso), rende omaggio alla grande letteratura e al romanzo d’appendice. Le peripezie di Sterpan Ciakarov hanno parecchio in comune con quelle di Edmond Dantès, alias conte di Montecristo: entrambi colpiti nella fortuna e nei sentimenti per l’invidia che hanno scatenato con il proprio successo, entrambi determinati a non concedere sconti a chi ha rovinato la loro vita. A rincarare i richiami alla vengeance, a lungo assaporata prima di poter essere messa in pratica, c’è l’opera che Stepan sta componendo, l’Amleto, altro tormentatissimo campione di rivalse vagheggiate fino allo sfinimento. “Hanno cacciato via una giovane volpe spaventata. Si ritroveranno davanti un lupo”, promette Stepan. Solo nel sequel di Terra Nera sapremo come farà giustizia dei suoi nemici. Il finale ci lascia in sospeso, ma un po’ d’attesa non guasta: la vendetta è un piatto che si gusta freddo.
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