La vita in sogno di Balso Snell
Cecilia Martini
Renzo Brollo
voto
Se la vita è un viaggio - oppure il sogno di un viaggio, quello onirico di Balso Snell ha inizio tra le felci attorno alla mitica città di Troia, dove Balso s’imbatte nel famoso cavallo ligneo degli Achei. Cercandone la via di accesso, scopre che l’unico orifizio che conduce all’interno è quello posteriore. Penetratovi, comincia così il suo cammino nel ventre del cavallo, incappando in personaggi surreali accumunati dal vizio/desiderio di scrivere, capaci però solo a trasformare e trasfigurare la scrittura, che da arte diventa spazzatura ed escremento. Ed il luogo in cui si trovano, ne consegue, è decisamente simbolico. Eccoli dunque: l’uomo che si offre come guida all’interno dell’intestino, Maloney l’Areopagita che intende scrivere l’agiografia di San Pulicide, il giovane Jon Gilson che abbandona il suo tema d’Inglese in un'ansa intestinale, la professoressa McGeeney che ha scritto la biografia dell’uomo che ha scritto la biografia dell’uomo che ha scritto la biografia dell’uomo che ha scritto la biografia di Boswell. E il viaggio continua, mentre Balso si rende conto che il cavallo di legno è popolato unicamente da scrittori o aspiranti tali in cerca di lettori. Altri balordi personaggi in cerca di un’altra e soprattutto impropria identità popolano i racconti che seguono la storia di Balso Snell. C’è l’autoritario e rubicondo industriale Potts di Pottstown, Tennessee, che, per mostrare ai suoi concittadini la propria determinazione, se ne va fino in Svizzera per scalare lo Jungfrau. C’è un’intera famiglia di eschimesi, trasportata a forza a Los Angeles per girare eventuali nuove scene di un film ambientato nell’Artide. C’è l’avventuriero del Central Park, che tra i sentieri meno battuti e i rami intrecciati si crea un nido lontano dalla normalità…
Il romanzo breve d’esordio di Nathanael West (1903-1940), così come i racconti che seguono e che completano il volume, sono dichiaratamente una summa di proteste contro la scrittura, o meglio contro la stereotipatizzazione e la commercializzazione di quest’arte che da sogno sta diventando - all’epoca in cui l’autore vive - grezza e rozza realtà moderna e priva di potere. Come viene giustamente dichiarato nelle iniziali note alla traduzione “leggere La vita in sogno di Balso Snell è un po’ come essere catapultati in una festa in maschera dove studenti universitari ubriachi si prendono gioco degli autori studiati per l’esame di letteratura”. Tra riga e riga, dentro la trama proto-psichedelica e metaforica del romanzo e dei racconti, i riferimenti ad opere famose ed autori noti ai quali West, che fu anche sceneggiatore per l’industria cinematografica di Hollywood, attinge come modelli, sono continui. L’irriverenza  e la metafora comandano ogni situazione e nei racconti che seguono il romanzo si respira un bisogno di cambiamento dirompente. Ne La vita in sogno di Balso Snell si dice” Dovremmo discutere di arte, non di artisti”, perché l’artista è ormai diventato un cliché al quale si è obbligati ad aderire se lo scopo è quello di attirare l’attenzione dei lettori. E questo modello implica l’esasperazione, l’eccesso, la follia, scavalcando il vero senso della creazione di un’opera. Un esempio? Beano Welsh, protagonista di uno dei racconti, che si finge pazzo per nascondere la sua vera follia, insignito del rango di genio scultore senza aver neppure mai concluso un’opera. Nathaneal West, poco riconosciuto dai suoi contemporanei se non per i romanzi Il giorno della locusta e Signorina Cuorinfranti, che ebbero trasposizione cinematografica e seguito, viene riscoperto e rivalutato dopo la sua scomparsa, diventando una sorta di icona dell’originalità e surrealismo.