I miei matti
Vittorino Andreoli, valente psichiatra e studioso della mente, oltre ad apparire spesso in televisione - soprattutto in occasione di efferati episodi di cronaca nera quando viene richiesto nel talk show di turno il suo parere clinico – è anche uno scrittore prolifico, e non si contano i suoi libri nei quali vengono sviscerati tutti gli aspetti della follia da quella creativa a quella che genera delitti orrendi. Andreoli, con i suoi capelli bianchi perennemente arruffati e le sue sopracciglia foltissime e spettinate, è diventato una sorta di archetipo del medico dei matti: un personaggio stralunato e bonario che conosce il funzionamento di quelle rotelle che sembrerebbe pure lui, in fondo, avere un po’ fuori posto. Ma dietro la sua apparenza bizzarra Vittorino Andreoli nasconde una grande esperienza scientifica e clinica sulla malattia mentale, una conoscenza maturata in Italia e all’estero che si è sposata, durante tutta la sua carriera di medico, con una umanità profonda e composta. Il caso di Carlo il malato “geniale”, che comincia per caso a dipingere e i cui quadri un giovane Andreoli riesce a far esporre a Parigi nel Museo dell’Art Brut - accanto a tele di artisti “sani” e con la benedizione di un intellettuale come André Breton - è sintomatico della partecipazione dello psichiatra alla personalità del folle che diviene un malato da curare e non più un individuo da “contenere”. I miei matti rappresenta una rievocazione, a tratti amara (come quando il medico critica aspramente Basaglia e la legge a lui ispirata), della carriera di Andreoli (caratterizzata, e questo suscita una certa invidia specialmente vista la situazione dei giovani ricercatori, da incontri giusti e molti colpi di fortuna) e del suo complesso approccio al mondo della malattia mentale perché in fondo “la follia non è altro che una modalità di essere al mondo”.
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