I miei matti

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I miei matti
Verona, fine degli anni ’50: un giovane liceale, Vittorino Andreoli, dopo una visita nel manicomio della sua città - il San Giacomo della Tomba - decide che da grande farà lo psichiatra. Il ragazzo, cresciuto in una famiglia cattolica, è un appassionato di filosofia, ama Hegel e Kant ma è sufficiente il richiamo del fascino (abbastanza sinistro) di quella fortezza piena di follia per farlo virare dallo studio del pensiero alla ricerca sui disturbi della mente. Andreoli comincia così il suo percorso accademico che, dopo una brillante laurea, lo porta a perfezionarsi in templi del sapere come l’Università di Cambridge e a sviluppare le sue ricerche sul cervello in America, alla Harvard University. Tornato in Italia, lo psichiatra rifiuta un posto di ricercatore per entrare, invece, come direttore nell’Ospedale Psichiatrico di Marzana: è il 1969 e, prima della riforma Basaglia, Andreoli comincia a smantellare il rigido sistema manicomiale vietando la contenzione e gli elettrochock, e soprattutto cercando di restituire la dignità ai malati. Circondato dai matti, il medico “sui generis” non può fare altro che trattarli come esseri umani e in certi casi affezionandosi a loro ma soprattutto alle loro storie spesso drammatiche. L’arrivo della legge Basaglia cambia i manicomi e l’approccio alla follia e Andreoli si ribella con vigore alla visione politica e eccessivamente “comunitaria” della malattia mentale: il malato e il suo medico si allontanano, il primo si libera e il secondo viene messo nell’impossibilità di comprendere i singoli disturbi ed emettere una diagnosi...
Vittorino Andreoli, valente psichiatra e studioso della mente, oltre ad apparire spesso in televisione - soprattutto in occasione di efferati episodi di cronaca nera quando viene richiesto nel talk show di turno il suo parere clinico – è anche uno scrittore prolifico, e non si contano i suoi libri nei quali vengono sviscerati tutti gli aspetti della follia da quella creativa a quella che genera delitti orrendi. Andreoli, con i suoi capelli bianchi perennemente arruffati e le sue sopracciglia foltissime e spettinate, è diventato una sorta di archetipo del medico dei matti: un personaggio stralunato e bonario che conosce il funzionamento di quelle rotelle che sembrerebbe pure lui, in fondo, avere un po’ fuori posto. Ma dietro la sua apparenza bizzarra Vittorino Andreoli nasconde una grande esperienza scientifica e clinica sulla malattia mentale, una conoscenza maturata in Italia e all’estero che si è sposata, durante tutta la sua carriera di medico, con una umanità profonda e composta. Il caso di Carlo il malato “geniale”, che comincia per caso a dipingere e i cui quadri un giovane Andreoli riesce a far esporre a Parigi nel Museo dell’Art Brut - accanto a tele di artisti “sani” e con la benedizione di un intellettuale come André Breton - è sintomatico della partecipazione dello psichiatra alla personalità del folle che diviene un malato da curare e non più un individuo da “contenere”. I miei matti rappresenta una rievocazione, a tratti amara (come quando il medico critica aspramente Basaglia e la legge a lui ispirata), della carriera di Andreoli (caratterizzata, e questo suscita una certa invidia specialmente vista la situazione dei giovani ricercatori, da incontri giusti e molti colpi di fortuna) e del suo complesso approccio al mondo della malattia mentale perché in fondo “la follia non è altro che una modalità di essere al mondo”.