La guerra di Nene
Durante un’intervista a RaiNews 24, Augusto Bianchi Rizzi ha recentemente svelato l’ispirazione autobiografica de La guerra di Nene. Eppure nel libro non se ne fa menzione: né all’inizio, né alla fine; né in quarta di copertina né sul piatto superiore e neppure sul dorso. La scelta – condivisibile e encomiabile – è stata con tutta probabilità quella di mettere da parte la personalità dell’autore per lasciar emergere in tutta la sua forza Nene, simbolo di una generazione femminile combattente e reduce di una doppia guerra. Figure dalla tempra forte, dall’autodisciplina ferrea, dal senso del dovere autentico. Madri eroiche, confidenti dei propri fratelli, orgoglio dei propri genitori. Fiori rimasti chiusi nel bocciolo; costrette dentro un vaso piccolo, affossate dentro una terra brulicante di ortiche: un miope rituale collettivo di esaltazione patriottica. Scritto bene, il testo non presenta sbavature; privo di artifici letterari, non sembra mai cadere nella commozione retorica. La semplicità della narrazione è funzionale alla semplicità coatta di una vita in guerra. Un omaggio alle donne, le nostre nonne (le mamme per molti), in grado di tenere in mano le redini delle famiglie nonostante lo sconquasso della guerra, ma alle quali nessuno ha mai dato una medaglia al valore. In fondo, il frutto di quella generazione siamo noi, ed è un peccato non rendersene mai abbastanza conto. Di fronte al dolore di Nene, ma anche di tutte quelle mogli, madri o sorelle che hanno perso il proprio amore in guerra, viene voglia di gridare ancora oggi (pure con più forza) quello che Knowlt Hoheimer ha detto da una collina di Spoon River: “Mille volte meglio il penitenziario che avere questa statua di marmo alata e il piedistallo di granito con le parole «Pro Patria». Tanto, che vogliono dire?”
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