Norwegian wood
Se si può dire che in molta letteratura giapponese suicidio chiama suicidio, ciò che contraddistingue e fa amare tanto Norwegian wood – quarto romanzo di Murakami Haruki, tre milioni di copie vendute in poco tempo, ancora oggi tra i libri dell’autore più venduti in Italia – non è solo il titolo, che cita i Beatles più celebri di Rubber Soul, e che per la prima edizione italiana compariva come sottotitolo dopo Tokyo Blues, come spiega il traduttore Giorgio Amitrano nella sua introduzione. Non può essere nemmeno una scrittura calma e ragionevole, che immerge con naturalezza il lettore in fiumi di superalcolici bevuti nei locali di Tokio o in una stanza disadorna davanti al corpo nudo di una donna illuminata dalla luna, a sua discrezione. Come molti libri che piacciono soprattutto agli adolescenti e agli adolescenziali (compresa la soprascritta), si tratta di un perfetto romanzo di formazione: dallo scheletro semplice, e ricco di riferimenti alla cultura musicale e letteraria europea e americana (da Thomas Mann a Francis Scott Fitzgerald), sviluppato attraverso un salto all’indietro che inizia dopo poche pagine, e nel quale apprendi subito che non ci sarà un lieto fine. Tuttavia, proprio perché non può essere solo l’amore tra il protagonista e la ragazza del suo migliore amico suicida l’unico perno di una storia che ambisce a raccontare della presa di coscienza di un ventenne giapponese alla fine degli anni Sessanta del ventesimo secolo, ecco comparire un altro personaggio femminile in minigonna, l’eccentrica Midori, mentre non viene mai meno la forza vitale di un protagonista che non sa ancora di possederla, che parla da solo ed è metodico nei fine settimana quanto sregolato nei giorni feriali e così, senza che se ne accorga, è un nuovo uomo, di nuovo innamorato. Da leggere, magari in vacanza.
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