Liberaci dagli sbirri
Scordatevi il sud da cartolina che tutti noi abbiamo in mente. Villaggi di case bianche mollemente adagiate lungo la costa, fichi d’india a tracciare il confine fra terra e mare, cieli tersi e calore. Scordatevelo. Quaggiù siamo nella provincia di Liberato, in un luogo che si chiama Stimmate, dove piove sempre e fa freddo e tutto è umido. Però in compenso l’acqua corrente c’è solo per poche ore e lasciate perdere i cellulari, perché tutti i ripetitori sono stati abbattuti. Bisognerà pure difendersi in qualche modo dal rischio delle intercettazioni. A Stimmate comandano le organizzazioni mafiose. La gente va in giro con il mitra a tracolla e la pistola infilata nella cintura e si porta al collo medagliette con le foto dei propri morti. Al centro del paese troneggia un enorme cubo bianco, detto La Villa. È la prigione, e i carcerati sono chiamati Presidenti. Nei bar e nei bazar in cui si vende di tutto, troneggiano immagini di santi e madonne. La scritta votiva è sempre e solo quella: liberaci dagli sbirri. Nemmeno le piante crescono, in questa provincia che sembra un paesaggio di Bosch. I girasoli sono affetti da una strana forma di gigantismo: crescono fino a raggiungere altezze assurde e poi marciscono subito dopo. Quanto ai fichi, guai a mangiarli, se non volete morire avvelenati. Che ci fa, in questa terra dove Cristo sembra non essere mai passato, un giovane professore del nord? Stefano ha ceduto alle lusinghe di una professoressa delle sue parti che vive a Stimmate da anni e fa la vicepreside in una scuola. Non ha mai insegnato, Stefano, e adesso si ritrova in una scuola che pare una catacomba, scavata nel tufo e con buchi al posto delle finestre. C’è Melo, il collega di Fotografia, che gli dà una mano ad ambientarsi e, soprattutto, c’è Anorea, una studentessa bellissima di cui Stefano si invaghisce. Perché la ragazza è sempre così triste e ha le mani coperte di graffi, perché fa così tante assenze e quando è a scuola tutti sembrano evitarla? Ma, soprattutto, perché Anorea, che si è accorta delle attenzioni di Stefano, e forse le ricambia, scongiura il professore di non cercarla e di non parlarle fuori dalla scuola?
Un sud allucinato e alterato in cui il paesaggio, le persone e l’aria stessa sembrano rappresentare la concretizzazione fisica del degrado morale e civile che una consistente fetta del nostro paese è costretta a subire a causa della mafia. È un sud arcaico e triviale, quello raccontato dall’opera prima di Gabriele Reggi, nel quale la religione ha la valenza di un sanguinario rito collettivo. Agghiacciante la descrizione che l’autore fa del rito degli “impiagati” in cui tre “liberatori” si conficcano nelle mani degli spunzoni di metallo per ricordare le stimmate dei santi. Colui che sopravvive acquista poteri taumaturgici ed è considerato dalla comunità un vero e proprio santo. C’è da augurarsi che questa tradizione sia una invenzione dello scrittore e, tuttavia, non risulta affatto distante dalle numerose pratiche dei cosidetti “flagellanti”. A metà fra un reportage visionario e un racconto dell’orrore, Liberaci dagli sbirri è un libro che si legge d’un fiato e che, come tutti i buoni libri, vi lascerà alla fine con un sottile senso di disagio e fastidio. Avrete l’impressione di essere stati risucchiati in un quadro di Van Gogh in cui il pittore ha però usato solo toni di grigio. In effetti la descrizione dei passaggi, unitamente a quella dei personaggi, è la parte più potente del libro. Dove la narrazione perde un po’ è nei toni eccessivamente melodrammatici dell’epilogo, che ci sono sembrati poco in linea con lo spirito generale del romanzo.

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