Il ritorno
Questo è solo l'inizio delle disavventure del povero Fabris, personaggio intrappolato nella sua città tra strade che sembrano tutte uguali, folle di passanti capaci di travolgere come un fiume in piena, vecchie conoscenze dentro locali bui e polverosi. I contorni della realtà diventano lentamente più sfocati fino a quando non si ha la percezione chiara e precisa che il viaggio di ritorno del protagonista non è un percorso all'indietro nei luoghi ma un immersione nei ricordi. Il problema però è quando questi ultimi hanno la stessa consistenza della realtà, più duri di un muro di mattoni. Allora distinguere tra presente e passato diventa un'operazione davvero difficile. “Il passato è solo l'invenzione del ricordo che vuole farsi permanente e che noi confondiamo con qualcosa di immutabile. Il passato è dunque creazione di coloro che l'hanno raccontato, e tuttavia in un momento inaccessibile esiste una storia fatta di ferro e di diamante che sta, in rapporto alle nostre narrazioni, come Troia di fango e di pietra in rapporto ai versi del cantore cieco e del servitore di Augusto”. Confusi? Immaginatevi Fabris che legge queste righe scritte in un libro di un suo vecchio professore (lo stesso che incontrerà poco dopo nelle vesti di un improbabile autista di autobus), proprio mentre sta vivendo una situazione decisamente kafkiana, nella quale la città che credeva relegata al suo passato si dispiega davanti a lui intricata come un labirinto pronto ad inghiottirlo. Alberto Manguel, nato a Buenos Aires nel 1948, racconta la storia di Fabris in terza persona, con una scrittura chiara e semplice, che crea nel lettore un effetto straniante perché si contrappone alla vicenda onirica e surreale del protagonista. Le illustrazioni di Antonio Seguí, pittore e illustratore argentino, arricchiscono questo libro omaggio alla capacità prima e primordiale dell'uomo: la narrazione.
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