Hotel Calcutta

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Hotel Calcutta
Shankar vive a Calcutta, dove lavora nel quartiere di Esplanade, il centro delle attività coloniali dell’impero britannico che - sebbene abbia concesso all’India l’indipendenza - certamente esercita ancora forti influenze economiche e culturali sul paese. Considerando le origini umili di Shankar, la sua posizione lavorativa è di tutto rispetto: assunto come impiegato presso lo studio di un rinomato avvocato inglese membro dell’alta corte di Calcutta. Ma un giorno tutte le certezze economiche di Shankar vengono meno a causa della morte improvvisa del suo datore di lavoro, evento che lo costringe ad arrabattarsi in qualsiasi modo pur di sbarcare il lunario. È così che il giovane finisce per vendere porta a porta cestini per la raccolta della carta straccia, una pessima attività che non riesce a garantire quel minimo di solidità economica a cui ciascun uomo aspira. Ma è proprio durante un grigio pomeriggio colmo di disperazione che - seduto su di una panchina vicino alla statua del nobile Sir Hariram - Shankar si imbatte nel detective Byron, investigatore che il ragazzo ha aiutato più volte in passato, ai tempi in cui lavorava presso lo studio legale. Byron, mosso dalla compassione, propone a Shankar di seguirlo presso l’hotel Shahjahan, dove finalmente riuscirà a trovare un’occupazione come segretario del direttore Marco Polo. È l’inizio di un’incredibile avventura tra le stanze del più celebre hotel di Calcutta, palazzo che più che un edificio ha tutto l’aspetto di una vera e propria città nella città, con i suoi abitanti, le sue storie, regole e leggende…
Considerata una delle opere di maggior respiro della letteratura bengalese, Hotel Calcutta - dopo essere stato pubblicato per la prima volta nel 1962, riscuotendo un buon successo di pubblico - nel 2007 è stato recuperato e ripubblicato in lingua inglese. Nel mercato italiano il testo ha incontrato da  subito l’interesse della casa editrice Neri Pozza, che da anni ormai dedica particolare attenzione alla scoperta di autori e opere orientali da rilanciare in Italia - basti pensare, tra gli altri, a Bapsi Sidhwa, Amitav Ghosh e Gregory David Roberts con il suo Shantaram. Stile e struttura del libro sono in linea con i canoni orientali a cui molti autori ci hanno abituato: il narrato non è mai veloce, tagliente o impreciso, ma anzi dettagliato e molto descrittivo, tanto da sembrare eccessivamente prolisso in alcune occasioni; la strutturazione e lo sviluppo della narrazione procedono secondo un intreccio di digressioni in cui la storia del protagonista si intreccia a quella del personale che lavora presso lo Shahjahan, che a sua volta si accavalla a quella degli ospiti, che - per finire - viene sovrapposta a quella del hotel stesso - inteso come elemento architettonico facente parte del tessuto e della storia indiana. Hotel Calcutta è da intendersi quindi come una Babele tutta indiana: il punto di incontro da cui divergono e convergono centinaia di narrazioni.