L'acqua promessa

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L'acqua promessa
Inutile tentare di ghermire il segreto di una poesia che apparentemente è per tutti, ma non per questo può essere ingenuamente fruita. Siamo al cospetto della sofferta ricerca di un’autenticità, che rifugge dalle forme abituali del coinvolgimento sociale per tornare piuttosto a immergersi in un liquido primordiale. Una nuova forma di linfa vitale che scorre come sangue nei versi: “Percorro questa riva/ dove il fumo risale,/ dove non scivolo/ nel fango assunto/ a cemento dell’infanzia.” Acqua promessa, dunque, come elemento naturale che viene avvertito come l’ultimo che sembri ancora rispondere positivamente agli stimoli del poeta: “Per bontà innata dunque/ prediligo l’umido varco/ sulla soglia di gorghi inquieti./ Sono là, all’asciutto, e galleggio/ per sempre preda/ della brama di onde.” Tra evocazione e contemplazione di questa forza della natura, il poeta scorge un varco dal quale spira insperato il conforto di una brezza salutare. Un refolo rigenerante a cui non manca di aprire il proprio cuore, assumendo su di sé l’onere di un’estrema e faticosa riscrizione dell’io poetico nell’attraversamento alienante della realtà: “La poesia su questa riva,/ sull’atra la prosa./ Ecco, spudorato, il reale/ e a piena voce,/ - quando tuffarsi nei fatti/ potrebbe rallegrare”…
Un libro di poesia - sosteneva Giorgio Caproni – è sempre un godimento. Tanto più lo è, aggiungiamo noi, quando è frutto della raffinata sensiblerie di uno dei più noti poeti di lingua francese e il dono ci viene fatto da un autore capace di coniugare l’espressività creativa nella straniante intensità del canto lirico. Nativo delle Lande della Guascogna, ma attualmente residente in Spagna, Jean Flaminien anche in questa sua ultima raccolta di componimenti - che la Book editore manda in libreria con testo a fronte nella preziosa traduzione di Marica Larocchi - appare animato dalla necessità di restituire voce alla fatale esclusione del poeta. La versione italiana restituisce a pieno l’intensa vibrazione del timbro lirico e il conferimento di sacralità al linguaggio in versi di un autore capace di esprimersi al limite estremo della forza poetica della parola. Impresa non di poco conto e che ha il merito indiscutibile di trasmetterci in maniera impeccabile il suono di una poesia che si affida a ciò che evidenzia col verso sublime, rendendo superfluo ogni tentativo, da parte nostra, di aggiungere altro. Proprio perché rischierebbe di essere altro rispetto a ciò che Jean Flaminien intendeva effettivamente comunicarci. Inutile perciò speculare sulle valenze metaforiche di una raccolta di componimenti che si presentano al lettore come una secrezione naturale che non lasciano dubbi sulla buona salute della poesia: quella che sa farsi ascoltare e apprezzare deliziando il lettore.