Acqua storta

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Acqua storta

“Quasi vent’anni fa, Don Antonio ha fatto bonificare una palude a Villa Literno... ci ha fatto la discarica della munnezza, e sopra ci ha costruito le case... Allora gli altri capoclan invece di Don Antonio Farnesini lo chiamavano Don Antonio Acqua Sporca. Ma da quando se n'è sceso l'occhio sinistro, è diventato Acqua Storta. E mo siamo tutti Acqua storta. Pure Giovanni”. Giovanni è il figlio di Don Antonio. Si muove senza farsi troppe domande ai confini di Napoli - ventre molle del sistema camorra – paga gli stipendi agli amici della “famiglia” a Secondigliano, si concede un po' di umanità sugli scogli di Mergellina, tra spazzatura e topi incazzati: “l'unico posto al mondo dove stare per dare ragione a tutto questo male”.  Giovanni le cose troppo complicate non le capisce, non si fa troppe domande, ascolta musica neo-melodica napoletana. C'è la “famiglia” ed è la sua realtà, quella che conosce. I fatti salienti del suo curriculum sono il carcere minorile e il matrimonio combinato con Mariasole. Poi l'incontro con Salvatore e il suo perdersi in questa storia d'amore omosessuale. Fuori luogo: una totale mancanza di rispetto verso sua moglie e il più grave affronto alla famiglia. Fuori discussione: un camorrista deve sempre ragionare con il cervello, perché  “l’onore è più forte della carne, è più forte del sangue”, qualunque sia il prezzo da pagare...
Acqua storta di Valerio Bindi (soggetto e sceneggiatura) è l'adattamento alla veste della graphic novel, misurato e dosato alla perfezione, dell'omonimo romanzo di Luigi Romolo Carrino. Il segno bianco e nero di Maria Pia Cinque (alias MP5) non dà scampo, lasciando il lettore con il fiato sospeso per circa 170 pagine. Uno spazio, anche questo, misurato con precisione, al millilitro di china, per raccontare a ritroso i tre giorni che portano al tragico epilogo di una storia d'amore omosessuale tra un boss della camorra (Giovanni) e il suo sottoposto (Salvatore). A fare da protagonista non è solo la Camorra, ma è soprattutto l’omosessualità, vissuta dalla “famiglia” come una bestemmia, dissonante al punto da fornire un movente che rende meno spietata, più sensata agli occhi di quella società governata da uno stato parallelo, la condanna a morte di Salvatore: “Noi siamo come le talpe. Dobbiamo camminare sottoterra, sottoterra come le talpe cecate... Sottoterra riusciamo un poco a vivere per i fatti nostri, a vivere per un poco la vita come si deve. Noi siamo talpe che sbagliano, ogni sbaglio è 'na pallottola da evitare, prima o poi succede, e se non stai attento finisce che ti levano da mezzo”.  Per linguaggio (un misto di dialetto/inflessione napoletano e italiano), ambientazione (“questa storia comincia e finisce sugli scogli a Mergellina”) e temi trattati, il libro si colloca a pieno titolo nella zona della narrazione neorealista pura. Sono di fatto quelle stesse situazioni, quegli stessi fatti e quelle persone che con cadenza ritmica e regolare trovano il loro posto nei notiziari e nei quotidiani a fornire i connotati alla cultura della Camorra, a una città - Napoli, a una regione - la Campania, a grossi pezzi di un Paese - l'Italia. Raccontata per lo più a ritroso dalla voce narrante di Giovanni, ma anche da un segno pieno ed espressionista alleggerito talvolta da un uso lieve e denso (come una fine pioggia fitta) del tratteggio, questa graphic novel entra a pieno titolo nella 'letteratura' italiana del fumetto. Un buon modo di inaugurare una collana dedicata alla romanzo grafico per Meridiano zero, no?