Jeanne D'Arc e il suo doppio

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Jeanne D’Arc e il suo doppio
Allucinazione e ossessione sono gli umori che pervadono un poemetto in versi pensato per una recitazione teatrale che rielabora la vicenda di Giovanna D’Arco, mediante la rievocazione visionaria di un’ignota protagonista. Una donna dall’identità sconosciuta, reclusa in un carcere, è preda di un delirante isolamento che la conduce a immedesimarsi nella figura della Pulzella d’Orléans: “Ma chi ti ha preservato, cosa ti porta qui,/ con la tua enorme gloria?/ Chi è prigioniero – dici – cerca la fuga,/ è un suo diritto…/ Come ho fatto anch’io, là fuori…” Pagina dopo pagina la storia controversa dell’eroina francese ruba progressivamente la scena alla vicenda personale della donna, dando luogo a un vero e proprio sdoppiamento della personalità. Un attraversamento di trentatré stazioni lungo le quali la protagonista del monologo ne rivive le drammatiche vicissitudini, dalle rivelazioni premonitrice dell’infanzia nella foresta di Domrémy: “Da dove te ne andavi con il buon senso/ dell’esaltazione”, fino al tragico epilogo sul rogo: “Attorcigliata gli occhi rovesciati/ la fiamma mangiava spalle e mani, le gambe…/ la esponeva e la mangiava…”  Un modello di virtù cristiana e di impegno per il riscatto sociale della donna, a cui fa da contraltare l’inquietante personalità del comandante Gilles De Rais, compagno d’armi che invece venne giustiziato, altrettanto giovane, ma per la compulsiva attitudine a stuprare e uccidere bambini: “E’ strano/ come la sorte li abbia accomunati./ O forse no, è solo orribile, ma in fondo/ normale”… 
Dopo La luce del distacco del 1990, Maurizio Cucchi - uno dei più noti poeti contemporanei, nato a Milano nel 1945 - torna a scavare nella sua vocazione poetica realizzando con Jeanne D’Arc e il suo doppio un nuovo testo teatrale in versi. Un’’opera che rievoca, reinterpretandola, la leggendaria figura della Pulzella d’Orléans attraverso il flusso di parole di un’ignota anima delirante. Versi che evocano il respiro cupo e sospeso di un’antica tragedia travalicando il tempo, per offrire nuove suggestioni in un continuo intreccio tra vicenda personale e trasfigurazione storica. Il potere immaginifico e catartico della parola accompagna l’evolversi di una consapevolezza sempre più lucida e chiara da parte della protagonista del monologo, fino al distacco finale e al ricongiungimento con la propria identità. Certo non ci saremmo aspettati di appassionarci ancora, e forse più di prima, al cospetto di una storia già romanzata e rappresentata migliaia di volte, se non fosse per la scelta coraggiosa dell’autore di invertire la tendenza, consegnandoci un testo che gioca su diversi registri. Un azzardo, una scommessa: un breve poemetto di sole cinquanta pagine, in cui l’autore confida solo sulla capacità di tenere costante l’alto grado di intensità della potenza lirica e drammatica. Riuscendo, con pieno merito, a far emergere dal buio totale di uno spazio claustrofobico un viluppo intricato di suggestioni nascoste e di interpretazioni non sempre ingannevoli.