Ti prendo e ti porto via
Ischiano Scalo è un paese immaginario, perso tra il Lazio e la Toscana, e Graziano e Pietro i personaggi principali della storia che vi è ambientata. Le loro vite scorrono parallele, sfiorandosi appena in qualche punto, incrociandosi tragicamente nell'epilogo. Unanimemente giudicato dalla critica come “un romanzo ben costruito”, elogiato da più parti per la perfetta simmetria con cui i personaggi principali si spartiscono la narrazione, Ti prendo e ti porto via il suo diamante, la sua parte riuscita la affida a un personaggio secondario. La vera figura poetica arriva a metà libro. Ha i capelli rossi, il viso spigoloso ed è circondata da un alone tragico che le sta incollato addosso e ineluttabilmente le segna il passo. Il suo nome è Flora Palmieri. In questo romanzo c'è già tutto lo scrittore che esploderà con Io non ho paura. Perchè quelle corse forsennate in bici, quell'età fragile come vetro soffiato che sono i 12 anni, il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, che non è passaggio, è baratro, è voragine, che puoi saltare senza neanche accorgertene o finirci dentro e venirne risucchiato e poi sputato fuori nel mondo che ti fa letteralmente a pezzi, le ritroveremo messe più a fuoco nel successivo e acclamatissimo romanzo. Quello che lo affrancherà definitivamente dalle etichette di scrittore pulp o cannibale. Ma Ti prendo e ti porto via è un romanzo ancora più ambizioso e che si riallaccia a una tradizione mica da ridere, la lezione verista: lo scrittore sparisce dietro il coro di voci che mette in scena, abbandona qualsiasi ruolo di denuncia sociale per descrivere la realtà così com'è, con tutta la sua inutile drammaticità, che sia casuale, che sia determinata, per spalancare infine la porta sull'unico vero protagonista. Signore e signori, sua maestà l'orrore.
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