I dardi di Apollo
Giuseppe Pigoli, medico patologo clinico, ripercorre la storia delle pandemie (cioè letteralmente dei focolai epidemici che si diffondono su territori vastissimi, quasi a livello globale) con la buona volontà del divulgatore ma con alterne fortune. Il libro infatti, nonostante rappresenti una lettura piacevole, soffre di una certa anarchia strutturale (a un discorso generale segue una breve cronaca delle epidemie antiche delle quali abbiamo notizia, che però vengono affrontate superficialmente rimandando alla terza parte, nella quale malattia per malattia si provvede ad assegnare a ogni focolaio l'agente patogeno più probabile), di scarso appeal stilistico - le citazioni di fonti storiche non riescono a rendere la lettura affascinante come ci si aspetterebbe da un tema così - e infine di insufficiente appropondimento. E' vero infatti che troppi tecnicismi avrebbero reso impossibile la lettura a chi non ha nozioni di base in campo medico, ma è vero anche che questo libro ragionevolmente non si rivolgere al pubblico dei bestseller ma a chi è già interessato alla materia. E chi è interessato alla materia gran parte delle cose che Pigoli enuncia le sa già, e si aspetta di essere informato più in profondità e addirittura forse (ah, questi lettori, che pretese!) di essere sorpreso. Il titolo del saggio è un omaggio all'Iliade, e precisamente al I Canto, nel quale si fa riferimento a dardi divini che per nove giorni seminano la morte nell'accampamento degli achei ("Mettean le frecce orrendo/ su gli omeri all'irato un tintinnio/ al mutar de' gran passi; ed ei simile/ a fosca notte giù venia"), l'allegoria - il mito - di un'epidemia secondo gli studiosi, e precisamente una qualche zoonosi ("Prima i giumenti e i presti veltri assalse,/ poi le schiere a ferir prese, vibrando/ le mortifere punte").
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