La morte di Amleto
Quante volte la conclusione di un’opera ci ha deluso? Quante volte l’avremmo cambiata concedendo un’opportunità più generosa al protagonista? Ebbene lo ha fatto per noi Oddo Mantovani, qui al suo esordio narrativo, immaginando che William Shakespeare abbia risparmiato la vita al protagonista della sua più famosa tragedia. Ma chi leggerà questo libro non si attenda gli effetti di un’evoluzione positiva, quanto piuttosto l’amaro resoconto di una testimonianza, tutt’altro che rassicurante, che trova respiro soltanto nel rimorso e nel dolore. Le evocazioni descritte non concedono spazio allo sviluppo di una trama, ma a suggestioni che riconducono invariabilmente al bivio tra essere e apparire, tra bene e male. Tutto si muove lento come in un limbo rarefatto, che ha ora l’aspetto sontuoso della tenuta di Shakespeare, ora l’interno mite e spoglio dello studio romano di Carlo Emilio Gadda, ora l’atmosfera rassegnata del ponte dell’Amazone di Arthur Rimbaud, dove il fantasma di Amleto vaga di volta in volta nell’attesa di un’improbabile quanto necessaria redenzione dal male di vivere. La morte di Amleto costituisce una piacevole immersione nella cultura classica, con cui l’autore ci consegna un’analisi impietosa e disincantata della vita, dell’assurda dispersione del suo patrimonio di valori e di bellezza. E la sua prosa elegante e infarcita di raffinate citazioni ha il merito di conquistare il consenso anche del lettore più esigente.
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