La regina degli scacchi
Assistere dal vivo ad una partita di scacchi non deve essere la cosa più divertente del mondo. Eppure una delle cose più sorprendenti de La regina degli scacchi è come Walter Tevis riesca a fare appassionare il lettore alla descrizione di una partita. Queste sequenze del libro, seppure utilizzino qualche termine tecnico, riescono avvincenti come una duello o un inseguimento a duecento all'ora sull'autostrada. E a ben vedere gli elementi ci sono tutti. Le partire tra Beth e i suoi avversari sono delle vere e proprie sfide all'ultimo sangue, fatte di sguardi, piccoli gesti, strategie e colpi di scena. E se pensate che gli scacchi siano un gioco lento dovrete ricredervi. Grazie ad un prosa fatta di periodi brevi e ad un lessico semplice ma preciso l'autore imprime alla scrittura un ritmo veloce, che non viene mai meno. Una scrittura fatta di gesti. E' raro che l'autore perda tempo a descrivere gli stati d'animo dei personaggi. Walter Tevis preferisce farveli capire da un'azione (non a caso è stato attivo anche come sceneggiatore). Ma questo libro, pubblicato per la prima volta in America nel 1983, il penultimo dello scrittore di San Francisco morto nel 1984, non parla solo di scacchi. Il romanzo è una galleria di personaggi indimenticabili: dal custode burbero e bonario alla trascinante Jolene; dal freddo e impassibile Borgov, re degli scacchi russo, a Benny, egoista e giovane scacchista. Il lettore segue con passione la parabola – non priva di sussulti – di Beth Harmon, da bambina che si allena nello scantinato dell'orfanotrofio alla ragazza pluricampionessa di diciannove anni. Un percorso non sempre facile, durante il quale Beth, oltre a dover fare i conti con il mondo maschilista degli scacchi, farà le sue prime esperienze nel campo dell'amore e in quello dell'alcol. La scacchiera come metafora della vita? Forse, intanto godetevi questo romanzo. Fino all'ultimo scacco matto.
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