Proiettili d'argento
Un noir che apre una finestra sulla realtà dei bassifondi messicani, attanagliati dalle prepotenze dei narcotrafficanti, mentre ai piani alti polizia, potere politico e capi dei principali cartelli si spartiscono la torta, lasciando alla povera gente nient’altro che una sembianza di briciole. Questo è Proiettili d’argento, primo romanzo tradotto in Italia di Élmer Mendoza, docente all’università di Sinaloa e uno dei maggiori intellettuali del Messico, considerato il fondatore del “romanzo narco”, dopo Un asesino solitario del 1999. “La modernità di una città si misura dal fragore delle armi per le strade”. Così riflette all’inizio del romanzo Zurdo Mendieta, detective che risponde ai classici topoi del genere: duro, al limite dell’alcolismo e con una vagonata di problemi da risolvere. Ma c’è poco spazio per l’introspezione, perché Proiettili d’argento fila come il Galaxy Express 999, con il suo linguaggio asciutto, crudo, nervoso, in cui il dato che risalta è la mancanza dei segni d’interpunzione nei dialoghi, che si amalgamano nella struttura creando un flusso continuo tra parlato e raccontato. Proprio qui scoviamo la bravura del traduttore Pino Cacucci, il quale ha saputo rispettare la struttura senza interventi drastici, restituendoci il romanzo proprio come Mendoza lo ha costruito, denotando la sua sensibilità di scrittore. Travestendosi di finzione, il romanzo rappresenta un ponte con una cultura apparentemente lontana ma, se guardiamo la realtà come lo fa Élmer Mendoza, ci accorgiamo che anche le città in cui viviamo hanno raggiunto, e da un pezzo, il loro ragguardevole grado di modernità.
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