


Dalle mie fauci la natura geme:/ stringono le sere e i panni stesi/ delle case fatiscenti nei rioni/ ... perlustro strade e un grido si libra/ strusciando tra fango secco urbano/ e il sangue di languide periferie… Un poema noir che apre le danze e immette nel mondo solitario ed irrequieto di Carmine Brancaccio: una città capace di fagocitare sogni e pensieri, la notte come contorno per i propri vacui ricordi. Una Napoli deserta e malinconica carpisce le emozioni del poeta: “Nelle strade c’è sempre quell’odore/ umido di muffa, quel tanfo misto: per mancanza di sole (e girasoli),/ di calma (e sorrisi), amore (e mali)”. Ritorna in questi versi l’io solitario dell’uomo-poeta, la sua scenografia preferita, la sua città, capace di riportare alla mente il dolore di vivere la vita di strada, fatta di piccoli gesti e di odori famigliari. Gli “chiappacani” sono dei cattura sogni, rapiscono la libertà e la distruggono, uccidono il pensiero libero alienando e atrofizzando menti isolate: Me ne vado nel vuoto sottosuolo/ che non trattiene più fragili cloache/ né case e palazzi- piccionaie fesse./ i cani per le strade risalgono/ in superficie e sono catturati/ da loro, armati come gli arsenali/ qualcuno sarà addestrato perbene/ qualcuno soppresso nei mari neri…
Vorrei soffermarmi su questo, vorrei parlare del marcio che pervade i versi di questa raccolta, dedicarmi alla malinconica solitudine dell’uomo che vaga in città, come un triste Marcovaldo calviniano, in cerca di ricordi. Il protagonista di queste poesie osserva ogni dettaglio, analizza ogni frammento. La realtà viene scomposta per poi essere ricostruita. Brancaccio - alla sua quinta pubblicazione - porta dentro di se la sua città: una Napoli che ha abbandonato anni prima, ma che gli è rimasta appiccicata, come l’odore di zolfo che opprime la solfatara di Pozzuoli. La condizione del poeta lo accomuna a un’isola immobile al centro di un oceano di avvenimenti che ne turbano il subconscio. Immobile nel tempo, mutevole nell’animo, l’autore tocca il fondo, pronto tuttavia a rialzarsi e a librarsi al di sopra delle sterili parole. La scrittura ha un andamento spezzato, quasi un vecchio blues del Mississippi suonato dalla chitarra cavernosa di Robert Johnson. Uno sporco lavoro che andava pur fatto.