28 grammi dopo

Versione adatta alla stampaSend to friendPDF version Share this
uno
voto
28 grammi dopo
Daniel, oltre ad essere un ragazzo, è anche un tossico. Prima viveva da solo ma adesso no, perché da un un po' di tempo il suo amico e vicino di casa Said, arabo figlio di un kamikaze mancato, ha iniziato a vivere con lui. Un giorno gli è piombato in casa e gli ha detto che il cesso gli si era  otturato sporcando tutto il pavimento. Daniel non ha potuto fare altro che ospitarlo. Adesso però c'è un problema, glielo ha fatto notare Said prima di andare ad aprire il negozio di kebab: il fumo è finito e visto che Daniel non fa un cazzo dalla mattina alla sera tocca a lui andarlo a prendere. Però c'è un altro problema: nessuno in città sembra avere del fumo, perciò non resta che rivolgersi al Canotta, lo spacciatore marocchino più temuto della città. Arrivato a casa del pusher Daniel si accorge di essersi scordato a casa i soldi, quello si incazza e tira fuori il coltello ma per fortuna va via la luce e Daniel riesce a fuggire portandosi a casa anche un po' di erba appena cacata. Quella di Daniel non è solo fortuna, lui è un maestro nell'arte di arrangiarsi. Per guadagnarsi da vivere ha fatto credere ai genitori di essersi iscritto alla facoltà di Giurisprudenza per prendersi i soldi con cui dovrebbe pagare le tasse universitarie. Inoltre organizza su internet raccolte fondi per finanziare le cure di finti malati affetti da patologie improbabili come la sindrome del morto vivente o strane malformazioni ano-rettali. Solo che da un po' di tempo il computer gli si è rotto e questo significa solo una cosa: a Daniel non resta che trovarsi un lavoro...
Il romanzo di Iacopo Barison è un tuffo dentro la testa di un ragazzo fumato e fankazzista. Grazie ad una narrazione in prima persona (è lo stesso Daniel a raccontarci quello che succede in presa diretta, attraverso l'utilizzo di tempi verbali tutti al presente) il lettore può penetrare nel mondo allucinato del protagonista. Una realtà dove trovare il fumo è più importante di trovare un lavoro, dove Gesù Cristo si fa accompagnare con la macchina da Giuseppe al negozio H&M per comprarsi quel paio di pantaloni rosso fuoco taglia 30 che gli stavano da Dio. Ma se l'incipit funziona e riesce a catapultare subito il lettore dritto nella testa di Daniel non si può dire lo stesso del resto del romanzo. La trama è lenta, faticosa. Nonostante le numerose peripezie del protagonista si ha l'impressione che i personaggi e la storia restino sempre fermi al punto di partenza. L'evento che accende l'azione – la partenza del protagonista per Budapest –  arriva solo a metà libro, e a quel punto l'entusiasmo suscitato dall'incipit è già svanito da un pezzo. A rallentare ulteriormente la trama i numerosi incisi dell'autore, delle vere e proprie divagazioni su determinati argomenti (come la storia del padre di Daniel o la storia del Canotta) che, seppure divertenti, non riescono quasi mai a trascinare il lettore. La prosa ha il pregio di essere asciutta e veloce, dal ritmo sincopato e incalzante. Tuttavia il tentativo di restituire il modo di parlare del protagonista non sembra essere pienamente riuscito, le parolacce (che in questo caso ci sarebbero state tutte) non si inseriscono bene nel testo e la scrittura sembra procedere per frasi ad effetto. Quasi che l'autore abbia cercato di sopperire il mancato approfondimento del personaggio attraverso l'utilizzo, poco riuscito, di un linguaggio gergale e alternativo che ne rispecchiasse la personalità.