28 grammi dopo
Il romanzo di Iacopo Barison è un tuffo dentro la testa di un ragazzo fumato e fankazzista. Grazie ad una narrazione in prima persona (è lo stesso Daniel a raccontarci quello che succede in presa diretta, attraverso l'utilizzo di tempi verbali tutti al presente) il lettore può penetrare nel mondo allucinato del protagonista. Una realtà dove trovare il fumo è più importante di trovare un lavoro, dove Gesù Cristo si fa accompagnare con la macchina da Giuseppe al negozio H&M per comprarsi quel paio di pantaloni rosso fuoco taglia 30 che gli stavano da Dio. Ma se l'incipit funziona e riesce a catapultare subito il lettore dritto nella testa di Daniel non si può dire lo stesso del resto del romanzo. La trama è lenta, faticosa. Nonostante le numerose peripezie del protagonista si ha l'impressione che i personaggi e la storia restino sempre fermi al punto di partenza. L'evento che accende l'azione – la partenza del protagonista per Budapest – arriva solo a metà libro, e a quel punto l'entusiasmo suscitato dall'incipit è già svanito da un pezzo. A rallentare ulteriormente la trama i numerosi incisi dell'autore, delle vere e proprie divagazioni su determinati argomenti (come la storia del padre di Daniel o la storia del Canotta) che, seppure divertenti, non riescono quasi mai a trascinare il lettore. La prosa ha il pregio di essere asciutta e veloce, dal ritmo sincopato e incalzante. Tuttavia il tentativo di restituire il modo di parlare del protagonista non sembra essere pienamente riuscito, le parolacce (che in questo caso ci sarebbero state tutte) non si inseriscono bene nel testo e la scrittura sembra procedere per frasi ad effetto. Quasi che l'autore abbia cercato di sopperire il mancato approfondimento del personaggio attraverso l'utilizzo, poco riuscito, di un linguaggio gergale e alternativo che ne rispecchiasse la personalità.
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