E.L. Doctorow

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E.L. Doctorow

"Mi è stato detto che sono uno scrittore politico, un postmodernista, uno scrittore storico, uno scrittore ebreo; ed io sono d’accordo con tutte le interpretazioni che vengono date al mio lavoro".

Edgar Lawrence Doctorow, meglio conosciuto come E. L. Doctorow, è nato a New York il 6 gennaio 1931; figlio di ebrei russi emigrati. Deve il suo nome, Edgar, alla grande passione di suo padre per Edgar Allan Poe (“Il più grande peggior scrittore degli Stati Uniti”). Una cosa che non deve avergli fatto molto piacere se, poco prima che sua madre morisse, le chiede se col marito avessero realizzato di averlo chiamato come un alcolizzato, drogato, paranoico con tendenze necrofile. Ad ogni modo, il fatto di farsi conoscere al pubblico soltanto con le iniziali del suo nome non deve essere attribuito ad uno sfrontato rigetto anagrafico, quanto al fascino che suscita il lui il fatto di imitare, in questo modo, i suoi autori preferiti che pure pubblicavano i loro libri con un DH Lawrence, TS Eliot, WH Auden, F Dostoevskij, W. Shakespeare. Nonostante la sua infanzia negli Usa, in particolare nel Bronx, coincida con il periodo della Grande depressione, lui la ricorda comunque come un bel periodo: “Anche se non c’erano soldi, la casa era piena zeppa di musica e libri”. La musica deve circolare per forza in casa sua con una madre pianista ed un padre proprietario di un negozio di dischi sulla Sixth Avenue. E poi i libri, letti depredando indiscriminatamente la biblioteca comunale: che si trattasse di fumetti o Dostoevskij, andava tutto bene. La sua formazione scolastica è alla Bronx High School of Science, che in teoria appartiene ai votati alla scienza ed alla matematica, ma a nove anni Edgar sa già che vorrà fare lo scrittore anche se si convince del fatto che per esserlo non è necessario scrivere alcunché, ma soltanto leggere qualsiasi cosa venga a tiro. Il periodo alla Bronx High School è molto difficile per un ragazzo che tendendo alle discipline umanistiche si ritrova circondato da ragazzetti spocchiosi e tanto intelligenti da essere incrollabilmente convinti di essere i prossimi vincitori del premio Nobel per la Fisica. Si vota così a “Dynamo”, magazine letterario che pubblica il suo primo racconto: un impiastro kafkiano, animalesco e autocalunnioso (per sua stessa ammissione),  intitolato appunto, “The Beetle”. Al Kenyon College in Ohio, invece, si sente più a suo agio studiando sotto John Crowe Ransom, poeta, cosiddetto, minore e critico letterario. Grazie a lui si trova totalmente coinvolto nel teatro, esordendo niente meno che accanto a Paul Newman, ma riuscendo ad avere una parte di rilievo solo dopo che quest’ultimo si sia diplomato. Il suo “Master of Arts” in drammaturgia, durante il quale conosce Helen, sua futura moglie, dovrebbe concludersi con una tesi sottoforma di piece teatrale, mai scritta e solamente abbozzata durante il servizio militare. Al suo ritorno, però, inizia a saltare da un lavoro all’altro, “come il gioco del campanaro”, fino ad approdare alla Columbia Picture di New York come lettore. Significa leggere un libro al giorno, scriverne un report, darne un giudizio, valutare se dalla trama possa esserne tratto un film. Il periodo che passa nell’industria cinematografica, tuttavia, coincide con il sopravvento hollywoodiano dei film western che sicuramente non costituisco il materiale privilegiato per le sue letture (“Stavo diventando pazzo, leggevo uno schifoso western dietro un altro”). Dalla cinematografia inizia il suo tortuoso percorso nel mondo dell’editoria passando dall’essere un semplice “reader” a lavorare per la New American Library prima ed alla Dial Press poi, fino a diventare caporedattore di quest’ultima. Alla DP ci resta fino a quando non inizia a scrivere Il libro di Daniel, e non capisce che quell’impegno necessita della sua totale dedizione e completa abnegazione. Scopre così che alla University of California c’è un posto libero come Visiting Professor, una sorta di segno divino che però Doctorow non coglie senza prima consultare la moglie e soprattutto l’I Ching. La pratica orientale, specie di tarocchi, fa saltare fuori un numero, il 60, che dice: “Attraverserai molta acqua”. Helen intuisce: “È il Mississippi, andiamo!”. È il 1971 e la strada è quella giusta. Il libro di Daniel, ispirato al celebre caso Rosenberg e da cui Sidney Lumet trarrà un film ("Daniel", appunto), gli apre la via del successo permettendogli di inanellare un libro dietro l’altro con annesse trasposizioni cinematografiche come nel caso di Ragtime adattato nel 1981 da Milos Forman e di Billy Bathgate da cui è stato tratto, nel 1991, "Billy Bathgate. A scuola di gangster". Scrive con uno stile che non è uno stile, ma puro nomadismo letterario: “Non ho uno stile, ma i miei libri sì. Ognuno di essi richiede il suo personale metodo di presentazione e questa è una cosa che mi piace. La mia personale teoria del perché Hemingway si sia suicidato e che abbia sentito la propria voce; che abbia raggiunto il punto in cui non potesse scrivere senza sentire che stava ripetendosi. Questa è la cosa peggiore che possa capitare ad uno scrittore. Un lettore alle prime armi non è in grado di rintracciarti nei tuoi scritti; ma uno più esperto potrebbe”. Soprattutto, non ha quelle manie, quei gesti scaramantici che accompagnano i grandi scrittori prima di sedersi a scrivere: “L’importante – dice – è mettersi a lavorare come fa chiunque altro ogni giorno”. Attualmente è Fellow della American Academy of Arts and Sciences, della American Philosophical Society, e della American Academy of Arts and Letters. Nel 1998 è stato premiato con la National Humanities Medal alla Casa Bianca. È ordinario della cattedra Lewis and Loretta Glucksman di English and American Letters alla New York University.