Regole di famiglia

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Regole di famiglia
1973. Il piccolo Pietro Keller è disperato per essere stato accusato ingiustamente di aver preso a bastonate il gatto dell’Olocati, lo stradino comunale. Figurarsi se Pietro, undicenne malinconico, solitario e riflessivo, soprannominato dai suoi “l’archivista” per la sua abilità a ritrovare i libri nelle vastità delle biblioteche della casa di Milano, di quella in Svizzera o della residenza montana La Betulla, può aver fatto una cosa simile. La frustrazione del bambino cresce fino allo strazio quando perfino la mamma, la signora Carla Prandi Keller, perennemente stordita da alcol e tranquillanti, fa a Pietro un annoiato discorso sul rispetto per gli animali e la natura, prima di rituffarsi fra le pagine del suo romanzo. La mamma di Pietro è figlia di ricchissimi industriali tessili di origine elvetica. Con tempismo provvidenziale il padre nel 1938 trasferì tutta la famiglia nella villa di Montreux. Per Carla la guerra era passata come un’eco lontanissima, mentre lei era impegnata a giocare nei vasti giardini della villa e a concedersi avventure sessuali coi giovanissimi camerieri. Anche il padre di Pietro, Franco Keller, viene da una famiglia molto ricca. Il padre Ugo, prestigiosa firma del Corriere di Albertini e convinto antifascista, aveva permesso al figlio Franco di iscriversi all’università di Friburgo e diventare uno psichiatra di fama mondiale. La famiglia di Pietro è completata dalla sorella Sara, liceale ribelle e fumatrice di hashish, e da Eugenio, iroso e scostante studente, concentratissimo nei suoi studi di Giurisprudenza...
Seguiremo la vita dei Keller dal 1973 al 1978, ma in tutto questo lasso di tempo non succede nulla che possa realmente sorprendere il lettore: Pietro continuerà ad essere appassionato di musica, buone letture e automobilismo, Sara passerà dagli spinelli all’eroina, Eugenio diventerà un avido broker. Lo scopo del romanzo è, essenzialmente, quello di mostrarci l’incapacità di una precisa classe sociale ad adeguarsi ai cambiamenti socio-politici che hanno scosso l’Italia a partire dalla fine degli anni ’70. Emblematico a questo proposito l’incontro dell’ormai laureato Eugenio con il Dottore milanese, un ometto sui quarant’anni dal contagioso sorriso, l’accento marcatamente brianzolo e la calvizie incipiente, che lo arruolerà in una delle sue innumerevoli e nuovissime attività commerciali. Il Dottore è avvezzo a fare regali costosi alle donne e anche alla mamma di Eugenio, dunque, regala un prezioso bracciale di Bulgari. Ma Carla Prandi Keller, dall’alto del suo snobismo, è convinta che “certi uomini di recente successo andassero presi un po’ così com’erano, con quel tanto di bonarietà e senso del folklore che avrebbe continuato a demarcare il solco profondo tra loro, meteore funzionali allo sviluppo economico del paese e noi, vecchi pilasti culturali dell’Europa.” È tutto qua l’errore, la colpa di una generazione. Ci penserà lo stesso Eugenio a dichiarare la fine inesorabile di un mondo, quando urlerà ai genitori “voi siete vecchi. Vecchi e noiosi e se non muovete il culo siete destinati a finire nell’angolo, macchiette patetiche con le vostre giacche snob. Verrete spazzati via dalla vitalità di questa gente, voi con il vostro sentirvi speciali”. Un romanzo ambizioso, che tenta, senza riuscirci fino in fondo, di descrivere i mutamenti di un paese attraverso una saga familiare. Pur apprezzando l’originalità del tema, i personaggi si muovono come sagome bidimensionali all’interno della trama. Tutto viene eccessivamente raccontato, con una lingua che vuole essere classica, ma che finisce per essere troppo spesso scontata, piena com’è di labbra turgide, rami rigogliosi, profumi inebrianti, acque argentine e fresche. Il modello letterario è chiaramente quello del grande romanzo italiano del dopoguerra, la speranza è che Matteo Sartori possa riuscire in futuro a trovare una sua propria voce.