Il trasloco

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Il trasloco
Prima o poi, tocca a tutti. E così è arrivato il momento di traslocare anche per Paolo Morelli. Eccolo lì, che riempie scatole su scatole di oggetti di cui ignorava persino l'esistenza. Sono apparsi così, dal nulla, come quel pulviscolo che si agita nell'aria, che basta che ti sposti di un millimetro dalla traiettoria del raggio solare perché torni invisibile. E poi non c'è nessuno a dargli una mano, tutti quei scatoloni deve riempirli e spostarli da solo, avanti e indietro tra casa vecchia e casa nuova. E così capita che tra un viaggio e l'altro ci sia tempo anche per farsi una nuotata in piscina e arrovellarsi il cervello sulle divinità che portano bene e su quelle che portano sfiga; tra una scatola e l'altra succede che la città cambi come se niente fosse, e dove prima c'era un pizzeria adesso c'è un rivenditore di elettrodomestici; oppure capita di andare a cercare un amico-poeta che vive sui palcoscenici dei teatri; o ancora c'è il rischio di doversela vedere con un herpes simplex che sembra che vi abbia baciato sulla bocca un vampiro...
Per Paolo Morelli - è chiaro - traslocare non significa solo spostarsi da una casa vecchia a una casa nuova. L'atto del trasloco, che in questo caso dura più o meno sei mesi, è un occasione per tirare le somme, vedere cosa c'è stato, cosa c'è e cosa ci sarà. Provate ad aprire un armadio a caso del vostro appartamento e vi accorgerete che, magari, dietro un oggetto ce n'è un altro di cui vi eravate completamente scordati. L'esperienza del trasloco per l'autore e protagonista di questo libro diventa fatto metafisico (oltre che fisico: fare un trasloco stanca, fa sudare, fa venire l'herpes). Più che un romanzo Morelli si cimenta in una sorta di vademecum del traslocante o in un diario di viaggio (perché in fondo sempre di viaggio si tratta, anche se non si percorrono tanti chilometri) dove con un linguaggio semplice e colloquiale vengono appuntate avventure e disavventure, pensieri e considerazioni di uomo alle prese con i propri scatoloni da riempire e da spostare. Un libro che, parafrasando, potrebbe essere considerato a tutti gli effetti come una sorta di Lo zen e l'arte del trasloco: “Gli oggetti esistono perché pesano nelle loro scatole dove stanno chiusi e nascosti per non farsi vedere, ma proprio nello stesso tempo non esistono perché altrimenti io, e tutti noi non potremmo muoverci durante la vita, rinunciando alla bella prerogativa di muoversi che hanno gli essere umani. A me nemmanco la parola oggetti ha mai convinto fino in fondo, non mi è mai piaciuta”. Una scrittura che segue il filo dell'ironia e dell'autoironia e che, imitando gli “intorcinamenti” e gli “sbriciolamenti” del pensiero, arriva a definire la perfetta filosofia del traslocante. Come a dire che se negli anni '70 del libro culto Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta il viaggiatore si spostava grazie e un motore, pensava e faceva il fico da una costa all'altra degli Stati Uniti; il viaggiatore di oggi (in tempi di crisi) si ritrova a pensare mentre fa e disfà scatole, mentre si sposta da un appartamento all'altro in un ambiente urbano che cambia a ogni battere di ciglia, fa meno il fico – forse questo si –  ma Robert Pirsig, l'autore del più famoso Zen, non doveva mica vedersela con un herpes simplex.