Il trasloco
Per Paolo Morelli - è chiaro - traslocare non significa solo spostarsi da una casa vecchia a una casa nuova. L'atto del trasloco, che in questo caso dura più o meno sei mesi, è un occasione per tirare le somme, vedere cosa c'è stato, cosa c'è e cosa ci sarà. Provate ad aprire un armadio a caso del vostro appartamento e vi accorgerete che, magari, dietro un oggetto ce n'è un altro di cui vi eravate completamente scordati. L'esperienza del trasloco per l'autore e protagonista di questo libro diventa fatto metafisico (oltre che fisico: fare un trasloco stanca, fa sudare, fa venire l'herpes). Più che un romanzo Morelli si cimenta in una sorta di vademecum del traslocante o in un diario di viaggio (perché in fondo sempre di viaggio si tratta, anche se non si percorrono tanti chilometri) dove con un linguaggio semplice e colloquiale vengono appuntate avventure e disavventure, pensieri e considerazioni di uomo alle prese con i propri scatoloni da riempire e da spostare. Un libro che, parafrasando, potrebbe essere considerato a tutti gli effetti come una sorta di Lo zen e l'arte del trasloco: “Gli oggetti esistono perché pesano nelle loro scatole dove stanno chiusi e nascosti per non farsi vedere, ma proprio nello stesso tempo non esistono perché altrimenti io, e tutti noi non potremmo muoverci durante la vita, rinunciando alla bella prerogativa di muoversi che hanno gli essere umani. A me nemmanco la parola oggetti ha mai convinto fino in fondo, non mi è mai piaciuta”. Una scrittura che segue il filo dell'ironia e dell'autoironia e che, imitando gli “intorcinamenti” e gli “sbriciolamenti” del pensiero, arriva a definire la perfetta filosofia del traslocante. Come a dire che se negli anni '70 del libro culto Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta il viaggiatore si spostava grazie e un motore, pensava e faceva il fico da una costa all'altra degli Stati Uniti; il viaggiatore di oggi (in tempi di crisi) si ritrova a pensare mentre fa e disfà scatole, mentre si sposta da un appartamento all'altro in un ambiente urbano che cambia a ogni battere di ciglia, fa meno il fico – forse questo si – ma Robert Pirsig, l'autore del più famoso Zen, non doveva mica vedersela con un herpes simplex.
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