

Che John Ronald Reuel Tolkien fosse un fervente cattolico è cosa ben nota. La sua scelta religiosa (niente affatto scontata in un sudafricano di nascita e inglese d'adozione) del resto affonda le radici nella sua drammatica infanzia, con la madre Mabel che proprio per la sua fede pagò un prezzo altissimo quando - già in difficoltà perché rimasta vedova giovanissima e con figli piccoli e perché colpita da un diabete che in pochi anni la porterà alla tomba - subì l'ostracismo della sua famiglia protestante. Ma quanto del suo cattolicesimo c'è nelle sue opere? L'universo fantasy che lo ha reso celebre in tutto il mondo e amato da generazioni e generazioni di lettori è in realtà - almeno in parte, visti i richiami evidenti alla mitologia norrena - un'allegoria zeppa di simboli cristiani? L'ispirazione per il suo capolavoro
Il Signore degli Anelli, scritto a cavallo del secondo conflitto mondiale, nasce da un bisogno spirituale, quasi che Tolkien sentisse il dovere di "suonare il corno della speranza in un mondo che andava oscurandosi"? Stratford Caldecott, direttore del Chesterton Institute for Faith & Culture di Oxford e intellettuale cattolico militante crede di sì, e in questo saggio che nasce dalla rielaborazione di articoli già pubblicati su alcune riviste, soprattutto "Chesterton Review" ma anche "Epiphany", "Touchstone" e "Saint Austin Review", va a caccia delle prove di questa sua tesi, riportando brani da lettere private del grande scrittore e interpretando passaggi dei suoi libri. E così scopriamo che la spedizione di Frodo e dei suoi compagni di viaggio da Gran Burrone parte (nasce) il 25 dicembre, che Gollum tradisce Frodo come già Giuda fece con Gesù, che il cammino dell'hobbit sempre più faticoso per il fardello dell'Anello ricorda quello di Cristo con la croce sulle spalle diretto al Golgota, che il personaggio di Galadriel sarebbe stato costruito sul modello di quello di Maria di Nazareth...
Dal 1954 a oggi, l'interpretazione ideologica de
Il Signore degli Anelli è stato sport assai praticato. Finora le scuole di pensiero sono - volendo sintetizzare e un po' ironizzare - più o meno tre: tradizionalismo ultradestrorso, neopaganesimo ecologista hippy, misticismo cattolico. Stratford Caldecott con il suo
Il fuoco segreto si inserisce in quest'ultimo filone, e si dedica con zelo (e - ammettiamolo - una buona dose di eleganza formale) a svelare significati nascosti, sottintesi e simbolismi del corpus tolkieniano. La lettura di un Tolkien 'embedded' nelle milizie della Chiesa di Roma però convince poco: il 'problema' è che forse anche inconsciamente, al di là delle intenzioni dell'autore (volendo dare per buona la tesi di un Tolkien militante che progetta a tavolino in chiave di evangelizzazione ogni aspetto delle sue opere, tesi peraltro smentita dallo stesso scrittore nella famosa lettera che i critici cattolici usano sempre come bandiera, quella in cui scrive "
Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un'opera religiosa e cattolica; all'inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione") la sua opera è eterogenea, ricca di allusioni al cristianesimo come di ingredienti pagani (e, non dimentichiamolo, semplici stratagemmi estetico-letterari). Il che non stupisce, perché persino la simbologia cristiana è il momento (uno dei tanti) di un divenire storico e culturale, e quindi è - paradossalmente per un credente, ovviamente per un non credente - imbevuta di ingredienti pagani. Tolkien ebbe a scrivere subito dopo l'uscita del primo capitolo della saga de
Il Signore degli Anelli "Ho esposto il mio cuore perché gli sparassero": temeva probabilmente il giudizio della critica più paludata sulle sue storie di hobbit, elfi, orchi e stregoni. Forse avrebbe fatto bene a temere altrettanto gli esegeti troppo entusiasti.