E poi la sete

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due
voto
E poi la sete
Dopo la Caduta del 2088 era già cambiato tutto. Da allora nei quartieri sud ed est l’acqua è poca e razionata, nessuno può decidere quando e quanto bere. C’è miseria, c’è disperazione. Si vive bene solo ad Alphadel, a nord, dove ci sono i ricchi e c’è ancora acqua in abbondanza. Dove abita Sara Morel, dottoressa nel poverissimo settore sud ma nata Fennegar. Come Oskar, il presidente, suo padre. A ovest, a Sinndel, risiedono gli intellettuali come Igon Novak, un giornalista scomodo per il regime. Suo figlio Gael a soli 15 anni è tossicodipendente. E non si fa di alghetamina, la droga di stato, ma di eroina. Fuorilegge. Per questo dopo il ricovero in ospedale per overdose, lo dovranno arrestare. Ma la situazione precipita prima. Colpa dell’acqua contaminata fatta distribuire da Fennegar, complice chi già da tempo preparava un colpo di stato: l’anarchia ci mette poco a dilagare per le strade e a rendere un inferno la fuga di Sara e Gael, uniti dalla drammaticità della situazione, attraverso tutta la città in cerca della salvezza, forse anche interiore...
E poi la sete è una lettura interessante anche per chi della fantascienza di solito non ne vuole proprio sapere. Innanzitutto, perché è scritto bene: descrizioni molto efficaci, crude ed essenziali al punto da far percepire l’arsura dovuta alla scarsità d’acqua e la desolazione di un paesaggio dipinto dalla miseria e dalla perdita di ogni dignità, immolata alle ragioni della sopravvivenza. Poi, perché i personaggi sono ben tratteggiati a livello psicologico ed è facile appassionarsi alle loro vicende. E infine e cosa più importante, perché sposta l’attenzione su un ipotetico, inquietante futuro in cui diventa un lusso avere quel bicchiere d’acqua che chiunque, oggi, almeno nel mondo civilizzato, può avere semplicemente aprendo il rubinetto. Il che, in un periodo in cui infuriano discussioni sulla privatizzazione dell’acqua e sulla scarsità di risorse idriche nel mondo, va al di là del piacere della lettura e diventa un’occasione per riflettere in maniera alternativa su un bene che inizia a rappresentare un’emergenza, adesso, per chi l’ha sempre avuto a disposizione; e un’opportunità per ricordarci che di settori sud, ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno anche nella realtà di tutti i giorni e che non sono diversi o meno drammatici degli scenari descritti dalla Montrucchio e che per farli sparire, forse, non basta solo chiudere un libro.