Scritture a perdere

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Scritture a perdere
Per la sua personale analisi della letteratura negli anni zero, il critico letterario Giulio Ferroni parte da un'esperienza personale e autobiografica. Una breve pausa durante una giornata tipo, da relatore al Salone del libro di Torino nel maggio 2009 - con tanto di servizio fotografico a cui il professore docilmente si sottopone senza batter ciglio, scoprendo solo al termine di essere stato scambiato per chissà chi - diviene il pretesto per avventurarsi nel centro storico della capitale sabauda. Qui, come attratto dalle note del pifferaio magico, finisce per trovarsi dinnanzi a un palco dove si stanno celebrando le fortune dei mitici concorrenti di “Amici”, con tanto di De Filippi a far da chioccia al moderno popolo di neo talentuosi. Ci può essere un nesso, si chiede immediatamente Ferroni, “[...] tra l'angoscia provata sostando nel Salone allocato in un residuo della Torino industriale e quella suscitata dall'incontro casuale con l'evento televisivo, incuneato nell'intimo cuore sabaudo della città?”. E chiaro che il nesso c'è ed è evidente. L'espansione illimitata e dunque vuota della cultura – di cui il Salone del libro è portatore sano –, la sua totale inflazione, asservita alla logica commerciale della velocità di consumo, dello zapping perpetuo a cui siamo tristemente condannati, non può che convergere nella vuotezza di queste forme di comunicazione, figlie della mera spettacolarizzazione del nulla, dell'esaltazione dell'apparire, che ovviamente finisce per privare le coscienze di una anche minima capacità critica o riflessiva...
Giulio Ferroni, docente a La Sapienza di Roma e critico letterario tra i più autorevoli nel panorama  nazionale, affonda senza mezzi termini le mani nella spinosa questione dello stato di salute della letteratura negli anni zero. Secondo lo studioso c'è una immediata necessità di tentare una coraggiosa resistenza e opposizione a questo stato di decadentismo sociale e culturale che non sembra ultimamente poter aver fine, visto che la critica militante oggigiorno sembra essere oramai emarginata, asservita solo a logiche di mercato e giochi di potere clientelare. Ecco allora l'inevitabile proliferare di casi letterari costruiti in laboratorio - di cui Ferroni smaschera con onestà intellettuale e senza peli sulla lingua qualche artifizio - che finiscono giocoforza per rimpolpare i più prestigiosi premi letterari nazionali, segnando la strada culturale fittizia da dover poi seguire. I Paolo Giordano, le Mazzantini, gli Scarpa, persino i Wu Ming con il loro “New Italian Epic”, definito dal Professore come “[...] un'apposita etichetta piuttosto balzana...” , vengono da Ferroni ripetutamente smontati e ridotti al semplice rango di fenomeni culturali mediatici. Ma ovviamente non è solo demolizione quella che il professore attua, tentando anche di tracciare una plausibile via d'uscita. L'idea è quella di tornare ad una scrittura che sia responsabilmente critica – Scurati, Affinati, Lagioia, Moresco, Piperno - seguendo per esempio la strada dell'autofiction – Siti, Cavazzoni, Ramondino - magari anche il ritorno alla poesia in senso stretto, qualcosa insomma che possa concorrere a creare una sovrastruttura culturale più solida e indipendente ma che sopratutto spezzi la lobotomizzante logica dell'attuale bulimia consumistica e commerciale imperversante, e che insomma ridia dignità e responsabilità critica alla parola. Unico neo di questo breve e preciso compendio sta forse proprio nella sua eccessiva condensazione, però. Certo l'aspetto divulgativo è decisamente più immediato in questo modo ma molteplici questioni – alcune anche riguardanti la critica sull'avvizzimento morale e culturale della società contemporanea - avrebbero meritato un approfondimento senz'altro maggiore, per evitare l'effetto boomerang di un testo alla fine troppo generalista per essere davvero efficace.