Le favole de Le mille e una notte, nella tradizione occidentale, sono diventate nel corso dei secoli una lunga ed unica interminabile favolosa storia: con miti e riti, principi e regine di notti arabe, cavalli e regni, il fascino del mondo arabo di un tempo ha finito per alimentare una storia a sé, che è appunto la storia favolosa dei racconti delle mille e una notte. Il primo aspetto di questa lunga storia è quello legato alle traduzioni dall’arabo, le «belle e infedeli» d’occidente: belle traduzioni, ma tanto infedeli, a volte, da essere state addirittura falsificate e reinventate nel Settecento. Secondo, ma non meno importante, è il capitolo delle “fonti”: che se di primo acchito può sembrare noiosa accademia di filologia, alla lettura del libro di Irwin si scopre interessantissima materia di storia del testo e delle sue diverse produzioni. Vi è poi la storia di come il contenuto delle Notti avrebbe alimentato altre storie ed altra letteratura in occidente, da Boccaccio a Thomas Mann, in precedenza (anche se è materia del successivo capitolo) come tradizione orale e, poi, come ordinata materia di scrittura narrativa. Cantastorie ed artisti di strada, poi, certo non hanno fatto eccezione: ogni forma di racconto popolare, pare dire Irwin, in occidente ha dovuto fare i conti con l’archetipo del racconto arabo. Solo a rifletterci (e Irwin lo fa lungamente, nel corso delle quasi trecento pagine del volume), le tematiche del racconto d’ambiente popolare passano tutte per le traiettorie già segnate da Le mille e una notte: ladroni, mercanti, erotismo, magia, tesori, viaggi, meraviglie, sono tutti elementi una unica grande narrazione che ha informato di sé l’universo occidentale del racconto. E gli studi formali o formalistico, che dir si voglia, sull’argomento, hanno finito per dare conferma di tale teorema: Propp, Todorov, Bettelheim non hanno potuto sottrarre fascino al complesso e favoloso macchinario del racconto arabo che si compone, nella sua genetica di fondo, della stessa materia compositiva di tutti i racconti popolari, ovvero dei sogni e della fantasia. L’ultimo capitolo di questa favolosa storia, infine, è dedicata ai figli delle Notti: ovvero, a tutti quegli atti di scrittura che, consapevolmente o meno, hanno ripreso in mano la materia dei sogni arabi e ne hanno riorganizzato l’alfabeto in forme nuove e sempre diverse: capita così, ancor oggi, di leggere storie nuove organizzate su vecchi fantasmi, o su vecchi sogni o miti. D’altra parte lo stesso Pasolini, a proposito del suo film organizzato sul modello delle Notti, aveva scritto: «La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni». E Irwin, in questa sua prodigiosa rilettura, ha ricomposto sogni e parole che sembravano perduti.

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